La sagoma che ci sbarrava la strada non era quella di un semplice bidello o di un guardiano notturno. Era la maestra Bianchi. Il suo tailleur grigio impeccabile sembrava quasi una divisa militare in quel contesto di tensione tagliente, e sul suo viso non c'era traccia della consueta compostezza istituzionale: i suoi occhi erano duri, freddi, illuminati da un misto di rabbia e trionfo beffardo.
— Dove crede di andare, signora Rossi? E, soprattutto, dove sta portando quel bambino? — chiese la maestra, con una voce che rasentava il sibilare metallico, bloccandoci ogni via di fuga verso il vialetto posteriore.
Feci un passo indietro, stringendo forte la piccola mano di Leonardo dietro la mia schiena, quasi volessi fare da scudo umano contro quella minaccia in carne ed ossa.
— Si sposti, maestra Bianchi. Questo bambino non appartiene a questa prigione e lei non ha alcun diritto di trattenerlo qui contro la sua volontà — risposi con voce ferma, sebbene le ginocchia mi tremassero per l'adrenalina pura.
La maestra Bianchi fece un piccolo passo avanti, un sorriso freddo e sprezzante che le incurvava impercettibilmente le labbra sottili.
— Lei è davvero una pazza, Elena. Non ha la minima idea di chi sta sfidando. Il signor Moretti è stato avvisato. Tra pochissimi minuti sarà qui, e allora vedremo se avrà ancora questo coraggio insolente. Lasci andare il bambino immediatamente. È sotto la tutela legale della fondazione, e lei sta commettendo un vero e proprio sequestro di persona.
Leonardo si strinse ancora di più a me, tirandomi la manica del cappotto e singhiozzando sommessamente.
— Non voglio tornare là dentro, signora Elena... mi picchiano quando non mangio... mi chiudono al buio... — mormorò il bambino con voce spezzata dal pianto.
Quelle parole furono come una stilettata al cuore. La rabbia cancellò ogni residuo di paura.
— Sequestro di persona? Voi avete sequestrato un'intera infanzia! Avete distrutto una madre e state calpestando un bambino innocente solo per coprire i vostri sporchi interessi economici! — urlai, incurante del fatto che qualcun altro potesse sentirci.
La maestra Bianchi sbiancò visibilmente, perdendo per un attimo la sua maschera di fredda sicurezza. Fece un cenno deciso verso l'angolo del cortile, dove all'improvviso sbucarono due uomini robusti in abito scuro, evidentemente i bodyguard al servizio della famiglia Moretti, che avanzavano minacciosamente verso di noi con passo svelto.
Il cuore mi saltò in gola. Eravamo in trappola. Non c'era via d'uscita. I due uomini ci accerchiarono in un istante, pronti ad afferrare Leonardo per strapparmelo dalle braccia.
Chiusi gli occhi per un secondo, stringendo il bambino a me, pronta a vendere cara la pelle. Ma prima che le loro mani potessero toccarci, un urlo acuto e deciso squarciò l'aria nebbiosa del cortile, bloccando tutti sul posto.
— Fermi tutti! Non azzardatevi a toccarli! La polizia sta arrivando!
Ci voltammo di scatto verso la voce. Lì, in piedi oltre la cancellata, con lo smartphone sollevato per registrare ogni singolo movimento e la giacca aperta nel vento freddo, c'era Marco Benetti, affiancato da una volante dei Carabinieri con i lampeggianti blu che cominciavano a illuminare sinistramente le vecchie mura di mattoni rossi della scuola.






