parte 3: La Confessione Incompleta nel Laboratorio
Tornata nel mio piccolo laboratorio di tappezzeria a Como, trovai Marco che mi aspettava seduto sul divanetto di stoffa consunta, con la testa tra le mani. Sembrava più magro, con le occhiaie scure sotto gli occhi e una camicia firmata ma spiegazzata. Mi chiese con voce roca se avessi notizie di Beatrice, dicendomi che la sua futura moglie era strana, tesa, e che continuava a ricevere telefonate misteriose dal padre.
Io finsi di non sapere nulla, continuando a sistemare le bobine di filo colorato sugli scaffali di legno. "Mamma, tu non capisci, questo matrimonio è l'unica mia occasione per entrare nel consiglio di amministrazione del gruppo Bianchi", disse con un filo di voce, quasi cercando la mia approvazione che non poteva più avere. Mi voltai a guardarci dentro gli specchi appesi al muro: eravamo due estranei legati solo dal sangue e dal dolore.
Gli chiesi se fosse felice, se davvero quell'esistenza fatta di apparenze e di disprezzo per le proprie radici potesse colmare il vuoto lasciato da un padre morto in officina e da una madre che aveva lavorato giorno e notte per pagargli l'università. Marco non rispose, ma i suoi occhi lucidi tradirono un briciolo di coscienza. Fu allora che il mio telefono vibrò con un messaggio anonimo: "La trappola è pronta per domani sera alla cena di gala sul lago".






