Il Grembiule di Como
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parte 10: La Lettera di Giovanni Bianchi

Un pomeriggio di fine primavera, il postino consegnò una lettera raccomandata con carta intestata dello studio legale di Milano. L'intestatario ero io, Elena Rossi. All'interno c'èra un foglio firmato di suo pugno da Giovanni Bianchi. L'uomo mi ringraziava formalmente per avergli aperto gli occhi in tempo, salvando non solo il suo patrimonio aziendale da una bancarotta fraudolenta orchestrata dalla figlia, ma restituendogli anche la dignità di padre prima che fosse troppo tardi.

Aggiungeva che Beatrice era stata mandata in un centro di recupero all'estero per un periodo di riflessione e che la villa sul lago era stata messa in vendita per risarcire i creditori danneggiati. La lettera si concludeva con un invito a pranzo a Milano, un gesto di rispetto sincero tra due genitori che avevano lottato per i propri figli in modo opposto ma guidati dallo stesso amore profondo. Guardai Marco, che stava pulendo i pennelli da colla nell'angolo della bottega, e sorrisi, decidendo di declinare gentilmente l'invito: il nostro posto era lì, tra i nostri strumenti e la nostra semplice felicità ritrovata.