Parte 9: Caccia nel buio
La parola "evasa" risuonò all'interno dell'ambulanza come un colpo di pistola. Il sangue mi si congelò nelle vene mentre la figura di mia figlia Victoria, indifesa nella sua culla termica, si sovrapponeva all'immagine di Serena, una donna che non aveva più nulla da perdere e il cui unico obiettivo rimasto era la distruzione totale della mia vita.
«Pilota! Invertire la marcia e sirene spiegate! Torniamo all'ospedale immediatamente!» urlò Marcus al conducente del mezzo di soccorso, mentre tirava fuori dalla giacca il telefono satellitare per contattare direttamente la centrale operativa dell'Interpol.
«Julian!» gridai nel microfono del mio dispositivo, collegato in linea diretta con la stanza di guardia del reparto neonatale. «Julian, mi senti?! Serena è all'interno dell'edificio! Dovete sigillare l'unità intensiva adesso!» Dall'altro capo della linea giunse solo un fruscio metallico, seguito dalla voce disturbata e affannosa del dottor Julian Ross. «Claire… la rete elettrica del secondo piano è stata disattivata manualmente dall'armadio di distribuzione esterno! Il reparto è isolato! Ho chiuso le porte blindate dell'unità quattro, ma hanno fatto scattare l'allarme antincendio a saturazione di gas! Dobbiamo evacuare i neonati o rischiamo l'asfissia!»
«Non muovere Victoria!» urlai con tutta la forza che avevo in corpo, ignorando le fitte dolorose che mi strappavano il respiro a ogni sobbalzo dell'ambulanza. «Sto arrivando!»
La corsa verso l'ospedale fu un delirio di luci blu e sirene spiegate attraverso il traffico della città. Pioveva a dirotto, e i tergicristalli del mezzo di soccorso fendevano l'acqua con un ritmo ossessivo. La dottoressa Miriam Cole cercò di iniettarmi un analgesico per stabilizzare il mio ritmo cardiaco, ma le respinsi la mano. «Ho bisogno della mia testa lucida, Miriam! Non voglio sedativi!» «Claire, rischi uno shock emorragico se continui a sottoporre il tuo addome a questa tensione!» mi supplicò la dottoressa. «La mia bambina è con una criminale psicopatica! Il mio corpo guarirà dopo!»
Quando l'ambulanza inchiodò davanti all'ingresso d'emergenza della struttura, l'edificio si ergeva come un gigante oscuro: l'intera ala est era completamente priva di illuminazione, immersa in un silenzio spettrale rotto soltanto dai lampeggianti rossi dei sistemi di emergenza autonomi.
Gli agenti della polizia locale stavano tentando di forzare le porte d'accesso in vetro temperato, rimaste bloccate in posizione di chiusura dal sistema domotico manomesso da Serena. «L'accesso principale è bloccato!» urlo un ispettore di polizia a Marcus. «Il software della sicurezza è stato infettato da un virus di sovrascrittura! Nessuna scheda magnetica funziona!»
«Utilizzate il passaggio di servizio per il trasporto dei rifiuti biologici nel seminterrato!» ordinai scendendo dall'ambulanza, sorretta da Caleb e Marcus. «È un sistema di sblocco meccanico a manovella che non dipende dalla rete elettrica! Mio padre lo pretendeva per ragioni di sicurezza antincendio!»
Guidati da Marcus, raggiungemmo il retro della struttura. Marcus inserì una chiave a brugola d'acciaio nella toppa nascosta dietro il pannello di controllo dell'ingresso merci e ruotò la manovella con tutte le sue forze. Con un cigolio metallico pesante, la porta blindata si aprì di tre spans, permettendoci di scivolare all'interno dell'edificio buio.
L'interno dell'ospedale era un labirinto di ombre e corridoi sferzati dal fumo denso emesso dagli estintori automatici del sistema antincendio. L'aria era satura del sapore acido delle sostanze ritardanti. «Prendete le maschere ad ossigeno portatili dal kit d'emergenza!» disse Caleb, distribuendo i respiratori a me, Marcus e alla dottoressa Cole.
Avanzammo nel buio, guidati unicamente dalla luce delle torce tattiche dei Carabinieri che ci scortavano. Ogni passo era una prova fisica al limite della resistenza per il mio corpo recentemente operato, ma la spinta dell'adrenalina azzerava ogni percezione del dolore.
Raggiungemmo le scale d'emergenza del secondo piano. Lungo i gradini giaceva a terra una guardia di sicurezza svenuta, colpita alla testa con un estintore portatile. Serena non era mossa soltanto dalla disperazione; si stava muovendo con una spietata ferocia tattica.
Quando varcammo la soglia del reparto intensivo neonatale, lo spettacolo che ci si parò davanti fu agghiacciante. Le culle termiche erano quasi tutte vuote: il personale medico era riuscito ad evacuare la maggior parte dei neonati verso l'ala ovest attraverso il ponte di collegamento d'emergenza. Ma la stanza quattro, quella dove giaceva Victoria, era isolata.
Al centro della stanza, illuminata unicamente dai display a batteria dei monitor cardiaci, c'era Serena. Indossava un camice da infermiera insanguinato, aveva i capelli biondi arruffati e gli occhi sbarrati da una follia lucida e distruttiva. In mano teneva un bisturi chirurgico ad alta precisione, puntato verso il tubo dell'ossigeno della culla di mia figlia.
Accanto a lei, steso a terra con una ferita da taglio alla spalla, c'era il dottor Julian Ross, che aveva tentato di difendere la bambina prima dell'arrivo dei soccorsi.
«Un altro passo e taglio la linea d'aria!» strillò Serena, la voce acuta e isterica che rimbombava nel vuoto della stanza sterilizzata.
«Serena, fermati!» disse Marcus muovendo le mani in avanti in segno di resa, mentre gli agenti di polizia fermavano i loro passi sulla soglia, impeditivi nell'uso delle armi dalla presenza della culla. «È finita! Tua madre Helena è già sotto custodia federale! Non c'è alcuna via di fuga per te!»
«Mia madre è una debole!» urlò Serena con una risata delirante. «Ha passato trent'anni a pianificare questo momento e si è fatta incastrare come una principiante! Ma io non andrò in prigione per colpa dei Vance! Se non posso avere l'eredità che mi spettava, se Ethan ha distrutto tutto quello che avevamo costruito, allora distruggerò l'unica cosa che ti è rimasta, Claire!»
I suoi occhi si fissarono su di me. C'era in quel visetto provato una combinazione spaventosa d'invidia e rabbia narcisistica: per anni aveva vissuto nell'ombra della mia vita, credendosi superiore, ed ora si ritrovava con le mani vuote di fronte alla donna che aveva sempre disprezzato.
Feci due passi avanti, allontanandomi dalla copertura degli agenti e di Marcus. «Lascia stare la bambina, Serena,» dissi con una calma piatta, quasi innaturale. «La bambina non c'entra nulla con tua madre, con tuo padre o con Ethan. Guarda me. Sono io la donna che ti ha tolto tutto. Sono io che ho revocato la procura, sono io che ho attivato il Progetto Atena, e sono io che ho fatto arrestare l'uomo che credevi di controllare.»
Serena strinse le dita sul manico del bisturi, la lama luccicava nella penombra. «Tu pensi di essere migliore di me, vero Claire?» ringhiò muovendo la lama verso di me. «Pensi di meritare tutto questo solo perché sei la figlia legittima? Tu non sai cosa significa vivere nel rifiuto! Non sai cosa significa essere nascosta come un segreto vergognoso mentre tu avevi tutto!»
«Hai ragione, non lo so,» risposi avanzando di un altro passo, riducendo la distanza tra me e la culla di Victoria. «Ma so cosa significa essere tradita dall'unica persona di cui ti fidavi. So cosa significa guardare tuo marito che ti abbandona mentre la tua bambina sta soffocando. E so che in questo momento tu sei solo la fotocopia disperata di una madre che ti ha usata come uno strumento ed ora ti ha lasciata sola a pagarne il prezzo.»
Le mie parole colprirono il suo punto più vulnerabile. La maschera di superiorità di Serena crepò per un istante, le sue mani tremarono leggermente e lo sguardo oscillò verso la porta dove sapeva che non sarebbe mai arrivato alcun aiuto da parte di sua madre.
Quel singolo secondo di esitazione fu tutto ciò di cui avevamo bisogno.
Julian Ross, ignorando la ferita alla spalla, si scagliò dal pavimento afferrando le caviglie di Serena e facendola rovinare a terra con forza. Il bisturi le volò dalle dita, schiantandosi contro il pavimento in linoleum.
Prima che la donna potesse rialzarsi, gli agenti delle forze speciali si lanciarono nella stanza immobilizzandola a terra e serrando le manette sui suoi polsi. Serena continuò a urlare imprecazioni disarticolate mentre veniva sollevata di peso e trascinata via lungo il corridoio oscuro.
Mi precipitai verso la culla di Victoria. La bambina piangeva a pieni polmoni, infastidita dal rumore e dalla confusione, ma il monitor indicava parametri vitali perfetti. L'afferrai con delicatezza tra le mie braccia per la prima volta dalla sua nascita, stringendola al mio petto senza curarmi delle lacrime che mi bagnavano il viso.
«È finita, piccola mia,» le sussurrai all'orecchio mentre il suo piccolo corpo si calmava al contatto con la mia pelle. «L'incubo è finito per sempre.»
Marcus si avvicinò, asciugandosi la fronte bagnata di pioggia e sudore. «Ora dobbiamo pensare al futuro, Claire. I generatori di riserva esterni stanno per tornare in funzione. E tra poche ore l'alba svelerà al mondo il crollo dei Vance.»
«L'alba svelerà solo il crollo di Ethan e di chi ha tentato di distruggerci, zio Marcus,» risposi guardando la mia bambina che finalmente riposava tranquilla tra le mie braccia. «Per noi… è soltanto il giorno della rinascita.»
Ma mentre le luci dell'ospedale ricominciavano ad accendersi una ad una, un medico dell'équipe di chirurgia d'emergenza entrò nella stanza portando una cartella clinica di colore rosso. «Signora Vance… dobbiamo fare un controllo immediato sui registri genetici di sua figlia. C'è qualcosa nella mappa del sangue che abbiamo appena sequenziato che non corrisponde al DNA di Ethan Vance.»






