3. Il Fratello e la Farmacia
Davide entrò senza faticare troppo nei convenevoli, portando con sé una ventiquatrimani di pelle scura che posò con cura sul tavolino dell'ingresso. L'atmosfera nella stanza si fece immediatamente densa di sospetto. Brenda si avvicinò al fratello, e i loro sguardi si incrociarono per una frazione di secondo, uno scambio silenzioso di intese che non mi sfuggì.
"Che ci fai qui a quest'ora, Davide?" chiesi con voce ferma, avanzando di un passo per frappormi tra loro e le scale che portavano alla stanza di Alice. Davide abbozzó un sorriso freddo, di quelli che non raggiungono mai gli occhi. "Volevo solo sincerarmi delle condizioni della mia nipotina acquisita, signora Elena. Ho sentito che non sta bene, che fa i capricci a tavola." Le sue parole erano misurate, quasi studiate, ma c'era una nota di nervosismo nella sua voce che tradiva il suo sforzo di mantenere la calma.
Sapeva. O meglio, temeva che noi potessimo sapere. Quel farmaco non poteva essere acquistato senza una ricetta medica specifica, e chi meglio di un farmacista poteva procurarselo eludendo i controlli ufficiali? Ripensai a Marco, a quanto si era fidato di quella famiglia quando aveva sposato Brenda, e a come la sua improvvisa e misteriosa morte per arresto cardiaco, avvenuta nella stessa casa, avesse lasciato un vuoto incolmabile e troppi interrogativi senza risposta.
Forse la morte di mio figlio non era stata un tragico incidente. Forse i sintomi che ora mostrava Alice erano gli stessi che Marco aveva manifestato nelle sue ultime settimane di vita. Fissai Davide negli occhi, senza timore, e dissi ad alta voce: "I bambini non fanno capricci quando vengono avvelenati, Davide. I bambini cercano solo di sopravvivere." La reazione fu immediata: il colore svanì dal volto del farmacista e le sue mani si strinsero convulsamente attorno al manico della borsa.






