L'Ombra della Casa
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L'Ombra della Casa

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Parte 7: La Reclusione Dorata

La villa di Bari si trasformò rapidamente in una prigione a ruoli invertiti. Nei giorni successivi alla diffusione degli audio e dello scandalo finanziario, nessuno varcò più il nostro cancello. I vicini che un tempo ci salutavano con ossequiosa cortesia ora giravano la testa dall'altra parte quando passavano davanti alla nostra recinzione, e persino il parroco aveva fatto recapitare una lettera laconica in cui sospendeva ogni attività di famiglia legata alla parrocchia.

Mio marito era diventato l'ombra di se stesso: passava le giornate intere chiuso nello studio, fissando lo schermo del computer spento, terrorizzato all'idea che la Guardia di Finanza potesse bussare da un momento all'altro per arrestarlo con l'accusa di frode fiscale e concussione. Diana, privata della sua autorità morale e della possibilità di esercitare il suo dispotismo quotidiano su di me, si era chiusa in un mutismo ostinato, trascorrendo le ore in salgetCamera a recitare rosari che sapevano tanto di disperazione quanto di preghiera.

Io, invece, avevo ripreso lentamente il controllo del mio corpo e della mia vita. Avevo recuperato i farmaci nascosti e, liberi finalmente dalle interferenze oppressive di mia suocera, le mie ferite post-operatorie avevano iniziato a rimarginarsi più rapidamente, sostenute da una nuova e vibrante energia interiore. Non cucinavo più per loro come una sguattera sottomessa, ma preparavo solo ciò che serviva al mio recupero, muovendomi per la casa con la grazia silenziosa di un felino che sa di avere in mano le chiavi della gabbia.

Una sera, mentre la luce del tramonto tingeva di rosso il cielo sopra i tetti di Bari, mio marito entrò in cucina trascinando i piedi. Semblava invecchiato di dieci anni. Si sedette al tavolo, mi guardò con occhi imploranti e, per la prima volta da quando eravamo sposati, pronunciò le parole che non avrei mai pensato di udire da lui. «Cosa dobbiamo fare adesso?... Ti prego, dimmi tu cosa fare. Io non ho più nulla.» Lo guardai dall'alto in basso, stringendo tra le mani la tazza di tè caldo, consapevole che il momento della resa dei conti definitiva era finalmente arrivato.