L'Ombra della Casa
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L'Ombra della Casa

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Parte 3: La Maschera Infranta

Entrai in cucina con un passo che cercavo di mantenere fermo, sebbene ogni fibra del mio corpo implorasse tregua. Diana era lì, di spalle rispetto alla porta, intenta a mescolare il liquido nero nella moka con gesti rituali e metodici. Il profumo intenso del caffè si mescolava all'odore acre di candeggina con cui soliva pulire ogni superficie, quasi a voler cancellare la mia stessa esistenza da quella casa.

Non si voltò immediatamente all'udire i miei passi, abituata com'era alla mia sottomissione silenziosa, a quell'obbedienza passiva che aveva caratterizzato ogni singolo giorno della mia permanenza in quella famiglia. «Il caffè sarà pronto tra un minuto, e vedi di non sporcare il pavimento con quelle tue ciabatte» disse senza guardarmi, la voce roca e carica di un disprezzo talmente radicato da sembrare naturale.

Invece di indietreggiare o di abbassare lo sguardo come facevo di consueto, mi avvicinai al tavolo di marmo bianco, posizionando le mani sui bordi freddi per trovare stabilità. Osservai la sua nuca, i capelli grigi perfettamente raccolti in uno chignon rigido che rifletteva la sua intera filosofia di vita: ordine esteriore, repressione assoluta, assenza totale di empatia. «Diana, credo che abbiamo bisogno di fare due chiacchiere serie» dissi, e il tono della mia voce uscì così calmo, così privo di quella paura che lei si aspettava di trovare, che la donna bloccò improvvisamente il cucchiaino a metà movimento.

Si voltò di scatto, con gli occhi sgranati per la sorpresa e subito dopo per una rabbia sibilante. Non tollerava che io le parlassi senza l'inchino verbale a cui l'avevo abituata. Prima che potesse aprire bocca per scagliare l'ennesimo insulto, la porta d'ingresso si aprì con un tonfo violento, seguito dai passi pesanti di mio marito. Aveva il volto madido di sudore, la cravatta slacciata e lo smartphone stretto in pugno come un'arma spuntata. L'espressione sul suo viso era quella di un uomo che aveva appena perso il controllo del proprio mondo, e sapevo esattamente quale fosse il motivo di quella disperazione improvvisa.