PARTE 9 — L'incontro al Caffè Pedrocchi
Nel pomeriggio dello stesso giorno, mimetizzata tra la nebbia sottile che aveva iniziato ad avvolgere i portici del centro di Padova, mi diressi verso il celebre Caffè Pedrocchi, lo storico locale neoclassico nel cuore della città, famoso in tutto il Veneto per le sue sale ottocentesche e per non avere mai avuto porte fin dalla sua fondazione. Avevo fissato un appuntamento anonimo con Valeria tramite un messaggio inviato dal numero di un telefono prepagato, fingendomi un intermediario di Marco che voleva trovare un accordo extragiudiziale prima che scoppiasse lo scandalo pubblico.
Avevo scelto quel luogo affollato e simbolico non a caso: sapevo che una donna orgogliosa e attenta alla sua reputazione borghese come Valeria non avrebbe mai rifiutato un incontro in un luogo pubblico e visibile per discutere di soldi e proprietà. Arrivai con dieci minuti di anticipo, mi sedetti a un tavolino appartato nella Sala Rossa, ordinai un caffè amaro e attesi con gli occhi fissi sull'ingresso principale, osservando i clienti che entravano riparandosi dall'umidità della laguna veneta.
Poco dopo le cinque in punto, la vidi varcare la soglia. Valeria indossava un elegante cappotto di cachemire cammello, stivali di pelle nera lucida e occhiali da sole scuri nonostante la penombra del tardo pomeriggio. Si guardò intorno con fare circospetto prima di individuare il tavolo e dirigersi verso di me con un'andatura fiera e altezzosa. Si sedette di fronte a me senza nemmeno togliersi i guanti di pelle, poggiando la borsa griffata sulla sedia accanto.
Mi fissò attraverso le lenti scure con un sorriso di superiorità stampato sulle labbra perfette. "Allora sei tu la famosa Elena," esordì con voce fredda, senza alcuna traccia di imbarazzo o timore. "Pensavo che Marco avesse sposato una donna più sveglia, capace di capire quando è il momento di farsi da parte senza creare inutili scenate da periferia." Non battei ciglio.
Mantenni la mia espressione di ghiaccio, incrociando le braccia sul tavolo e fissandola dritta negli occhi attraverso gli occhiali scuri. "Risparmia il sarcasmo e le battute di spirito, Valeria," risposi con un timbro di voce basso ma talmente tagliente che fece irrigidire leggermente il suo sorriso di circostanza. "Il gioco è finito. So tutto di Treviso, so dei bonifici sistematici fatti con i nostri risparmi, e so soprattutto della falsa cessione di proprietà immobiliare che tu e Marco avete architettato tre anni fa." Per la prima volta, il sorriso di Valeria vacillò leggermente.
Le sue dita guantate si strinsero con forza attorno al manico della tazzina da caffè che il cameriere aveva appena portato al tavolo. Ma cercò subito di recuperare la sua maschera di freddezza cinica. "Tu non hai in mano nulla, mia cara," replicò con voce velenosa, inclinandosi in avanti verso di me. "I documenti notarili sono perfettamente in regola, depositati nei registri ufficiali dello Stato.
Il giudice darà ragione a me, e tu e tua figlia verrete sbattute fuori di casa in mezzo alla strada entro la fine della settimana. Marco è un debole, e tu sei stata solo una pedina utile per far crescere la bambina nei primi anni in cui io non potevo farlo legalmente." Quelle parole furono la conferma definitiva che stavo aspettando. Valeria aveva appena ammesso apertamente il suo ruolo nella cospirazione, e non si era accorta di un piccolo, fondamentale dettaglio: sotto il risvolto del mio cappotto, nascosto alla perfezione, c'era un piccolo registratore professionale ad alta sensibilità che aveva catturato ogni singola sillaba della sua confessione.
"Hai appena firmato la tua condanna legale, Valeria," sussurrai con un sorriso sottile, alzandomi lentamente in piedi dal tavolo, lasciando la tazzina di caffè ancora intatta sul marmo. "Ci vediamo in tribunale. E credimi, Padova non sarà abbastanza grande per nascondervi tutti e due."






