L'Ombra di Padova
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L'Ombra di Padova

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PARTE 2 — L'indirizzo nel quartiere storico

Il direttore della banca, un uomo distinto sulla sessantina con i capelli grigi e un paio di occhiali cerchiati d'oro che riflettevano la luce della lampada da tavolo, mi porse il fascicolo con un'espressione profondamente grave. Le sue mani curate sfiorarono appena la carta intestata, come se toccassero materiale radioattivo o scottante. "Signora Moretti," esordì con voce pacata ma carica di una tensione palpabile, "quello che stiamo vedendo qui non è una normale spesa voluttuaria o una vacanza esotica impulsiva.

Questa è una transazione sistematica e continuativa che va avanti da almeno tre anni. I bonifici partono regolarmente ogni primo e quindici del mese, esattamente da quando sua figlia ha compiuto il suo dodicesimo compleanno. E la destinataria, questa Valeria Rossi, risulta residente in un appartamento nel cuore del quartiere storico di Padova, a meno di due chilometri da questa sede." Fissai quei numeri stampati sul foglio bianco.

Migliaia e migliaia di euro, sottratti centesimo dopo centesimo dai nostri sacrifici quotidiani, dai miei stipendi risparmiati lavorando come contabile in un'azienda tessile della periferia, e persino dai regali che i miei genitori defunti mi avevano lasciato in eredità. Sofia meritava una sicurezza economica per la sua università, per il suo domani, e invece tutto quel denaro era finito in un ingranaggio oscuro che non riuscivo ancora a decifrare.

Ringraziai il direttore con un cenno formale del capo, riposi i documenti nella mia borsa di pelle nera e uscii dall'istituto creditizio. L'aria frizzante e umida del pomeriggio padovano mi colpì il viso, mentre la nebbia tipica della Bassa cominciava a condensarsi lentamente tra i portici millenari della città. Avevo bisogno di risposte, e le volevo subito.

Non potevo più permettermi di restare nell'ombra, vittima di bugie tessute nell'ombra per anni. Salii sulla mia utilitaria e impostai il navigatore con l'indirizzo estratto dai documenti bancari: Via San Francesco, nei pressi della basilica. Era una zona elegante ma tranquilla, fatta di palazzi antichi con cortili interni nascosti e portoni in legno massiccio protetti da pesanti battenti in ferro battuto.

Parcheggiai a qualche isolato di distanza, mimetizzandomi tra i passanti con il bavero del cappotto sollevato per ripararmi dal vento tagliente che soffiava dai colli Euganei. Mentre camminavo lungo il marciapiede acciottolato, il mio cuore batteva all'impazzata nel petto, quasi a voler echeggiare il ticchettio dell'ospedale da cui tutto questo incubo aveva iniziato a svelarsi.

Ogni passo mi avvicinava a una verità che poteva distruggere quel poco che restava della mia serenità, ma la rabbia aveva ormai scacciato ogni residua paura. Arrivai davanti al civico indicato: un edificio storico del Settecento, con facciate color ocra sbiadite dal tempo e finestre ornate da eleganti inferriate in ferro battuto. Non c'era un portiere fisso, ma la porta principale era socchiusa a causa del via vai di un corriere postale.

Mi infilai rapidamente nell'androne buio e silenzioso, impregnato dell'odore inconfondibile di cera per pavimenti e umidità antica. Consultai i citofoni di ottone lucido disposti lungo la parete destra. Cercai con il dito il nome inciso su una targhetta di plastica nera: Rossi - Appartamento 4B, secondo piano . Salii le scale in silenzio, appoggiando i piedi sui gradini di pietra logorati dai secoli per evitare di fare rumore.

Ogni scricchiolio mi faceva irrigidire, ma arrivai sul pianerottolo del secondo piano senza incontrare anima viva. La porta dell'appartamento 4B era di fronte a me: una porta blindata moderna, decisamente fuori contesto rispetto all'architettura antica del palazzo, con una telecamera di sicurezza miniaturizzata incastonata sopra lo spionciso. Rimasi immobile per qualche minuto, osservando quella porta chiusa e chiedendomi chi fosse realmente questa Valeria e quale fosse il suo legame con mio marito Marco.

Fu allora che sentii dei rumori attutiti provenire dall'interno: una voce femminile che parlava al telefono con tono concitato, quasi arrabbiato. Non riuscivo a distinguere le parole esatte, ma il timbro mi gelò il sangue nelle vene. In quel preciso istante, il mio telefono vibrò nella tasca del cappotto. Era un messaggio anonimo, privo di mittente, che conteneva solo una stringa di testo agghiacciante: "Se varchi quella soglia, ciò che scoprirai non colpirà solo Marco, ma distruggerà ogni certezza che hai sulla tua stessa famiglia. Vattene finché sei in tempo." Fissai lo schermo con il respiro sospeso, mentre la porta di fronte a me si mosse leggermente, come se qualcuno stesse per aprirla dall'interno.