L'Ombra di Padova
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L'Ombra di Padova

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PARTE 5 — Il ritorno del padrone

Erano passate le otto di sera quando rientrai a casa a Padova. Le luci della cucina erano accese, proiettando una calda tonalità gialla sul prato bagnato dalla pioggia battente. Sofia stava facendo i compiti al tavolo della sala da pranzo, immersa nei suoi libri di liceo classico, con le cuffie wireless intorno al collo e un'espressione concentrata sul viso.

Appena mi vide entrare, togliendosi il cappotto gocciolante, alzò lo sguardo con un sorriso dolce. "Mamma, sei stata via tutto il pomeriggio. Stavo iniziando a preoccuparmi," disse con quella voce cristallina che per me rappresentava l'ancora di salvezza in mezzo a tutte le tempeste del mondo. "Ho avuto delle commissioni urgenti in banca e in centro, amore mio," le risposi con la voce più ferma e naturale possibile, sforzandomi di abbozzare un sorriso che rassicurasse il suo animo sensibile.

"Tu hai cenato? C'è qualcosa di pronto in frigorifero." Mentre Sofia mi rispondeva raccontandomi della sua giornata a scuola, il campanello della porta d'ingresso suonò con insistenza. Un rintocco secco, autoritario, che fece sobbalzare leggermente mia figlia sulla sedia. Ci scambiammo uno sguardo perplesso. Nessuno veniva a trovarci a quell'ora della sera, soprattutto con quel tempo da lupi.

"Vado io, Sofia. Tu resta qui," dissi con tono calmo ma deciso, facendole cenno di rimanere seduta al tavolo. Raggiunsi l'ingresso, accesi la luce esterna del portico e guardai attraverso lo spioncino. Sagomato dalla luce fioca del lampione stradale c'era Marco. Era bagnato fradicio, con i capelli neri incollati alla fronte, il cappotto griffato stropicciato e un'espressione di rabbia mista a panico dipinta sul viso.

Aveva appena cercato di infilare nuovamente la chiave nella serratura cambiata, accorgendosi per l'ennesienza che la toppa era irraggiungibile. Aprii la porta di scatto, senza dargli il tempo di suonare una seconda volta. Marco fece per irrompere nell'atrio con la sua consueta aria spavalda, ma si fermò di colpo quando incontrò il mio sguardo: non c'era traccia della moglie remissiva e convalescente che lui aveva lasciato partire per l'ospedale settimane prima.

C'era solo una donna gelida, immobile come una statua di marmo. "Elena! Ma ti sei bevuto il cervello completamente?!" urlò Marco a mezza voce, cercando di non farsi sentire dai vicini mentre entrava a forza nell'ingresso, scrollandosi l'acqua di dosso come un cane randagio. "Hai cambiato le serrature di casa?! Le mie valigie erano sul prato come a un mercatino delle pulci!

Sei impazzita o cosa?! Vogliono spiegazioni immediate!" Feci un passo indietro, indicandogli con un gesto glaciale di abbassare il tono della voce per non disturbare Sofia che si trovava nell'altra stanza. Poi chiusi la porta alle sue spalle con una lentezza esasperante, girando la chiave nella toppa dall'interno. "Le spiegazioni le pretendo io, Marco," risposi con un timbro di voce basso, tagliente come una lama di rasoio.

"E ti consiglio di scegliere le parole con molta cura, perché la tua festa nei Caraibi è ufficialmente finita." Marco mi guardò storto, sbuffando con aria di superiorità mentre si sfilava il cappotto fradicio e lo gettava sulla panca dell'ingresso. "Ma di che diavolo stai parlando? Sei ancora sotto effetto dei farmaci dell'ospedale, hai le allucinazioni.

Dammi le chiavi di casa e andiamo a parlare di questa scenata in cucina, prima che ti faccia interdire da un medico." Non mi scomposi minimamente. Rimasi piantata al centro del corridoio, con le braccia conserte e gli occhi fissi nei suoi. Feci scivolare lentamente una mano nella tasca del cappotto, estrassi la fotografia trovata a Treviso e il certificato di nascita originale, sbattendoli con forza sulla piccola consolle d'ingresso sotto lo specchio.

Marco abbassó lo sguardo sui documenti. In un solo millisecondo, l'arroganza e la spavaldiscenza svanirono dal suo volto come neve al sole. Il suo colorito abbronzato si trasformò in un pallore cadaverico, le labbra iniziarono a tremare leggermente e fece un passo indietro, urtando contro il appendiabiti. "Dove... dove hai trovato questa roba?" balbettò, con la voce improvvisamente ridotta a un sussurro strozzato.