PARTE 3 — Il segreto nascosto nel cassetto
Il rumore metallico della serratura che scattava mi fece sobbalzare. D'istinto, feci un rapido passo indietro, nascondendomi nell'angolo buio del vano scala, proprio dietro una grande pianta ornamentale in vaso che qualcuno aveva dimenticato sul pianerottolo. Trattenni il fiato, premendo la schiena contro il muro freddo e umido del palazzo antico, cercando di diventare invisibile.
La porta dell'appartamento 4B si aprì lentamente. Una donna alta, con lunghi capelli biondi legati in una coda alta e un elegante tailleur blu scuro, uscì sull'uscioro guardandosi intorno con circospezione. Aveva in mano una borsa di pelle e stringeva tra le dita un mazzo di chiavi. Riconobbi immediatamente il suo profilo: era la stessa donna che avevo intravisto mesi prima in una foto sbiadita trovata nel cassetto della scrivania di Marco, una collega dell'università che lui aveva sempre definito una semplice conoscente di lavoro.
Valeria chiuse la porta con cura, inserendo il doppio mandato di sicurezza, e si diresse a passo svelto verso le scale, superando il mio nascondiglio a pochi centimetri di distanza. Il suo profumo intenso di ambra e vaniglia mi invase le narici, lasciando una scia pesante nell'aria immobile del pianerottolo. Aspettai che i suoi passi si spegnessero del tutto lungo le rampe inferiori prima di riprendere a respirare regolarmente.
Ora la via era libera. Rimasi sola davanti a quella porta blindata, con il messaggio anonimo ancora illuminato sullo schermo del telefono che mi ammoniva di desistere. Ma la curiosità e la sete di giustizia erano ormai troppo forti per fermarmi. Estrassero dalla borsa un piccolo kit di strumenti di precisione che avevo acquistato giorni prima dopo aver parlato con un vecchio amico fabbro in pensione, una passione per la meccanica che mi aveva insegnato mio padre quando ero ragazzina.
Mi ci vollero quasi venti minuti di tensione logorante, con le mani che tremavano leggermente per l'adrenalina e la fatica fisica ancora latente nei muscoli, prima di sentire il meccanismo interno cedere con un piccolo clic sordo. La porta si socchiuse di pochi centimetri, rivelando il buio parziale dell'ingresso. Entrai furtivamente, richiudendomi la porta alle spalle con estrema cautela.
L'appartamento era incredibilmente lussuoso, arredato con un gusto moderno e minimalista che strideva fortemente con la mia modesta casa di periferia a Padova. Lampadari di design, parquet in rovere chiaro, opere d'arte contemporanea alle pareti. Sembrava la casa di una persona ricca, o di qualcuno che poteva permettersi di sperperare denaro a palate.
Denaro che, ne ero certa, apparteneva di diritto a me e a mia figlia Sofia. Iniziai a perlustrare le stanze in punta di piedi. Nella cucina immacolata non c'era nulla di rilevante, se non tazze da caffè ancora sporche nel lavandino e una confezione di biscotti aperti. Nella camera da letto matrimoniale, il letto era perfettamente rifatto, ma l'aria profumava dello stesso odore di ambra che avevo sentito poco prima sulle scale.
Mi diressi rapidamente verso lo studio, una stanza luminosa con una grande vetrata che dava sui tetti storici di Padova. Sulla scrivania di cristallo c'era un computer portatile chiuso e una pila di documenti cartacei. Iniziai a sfogliarli uno a uno con dita frenetiche. Erano fatture di negozi d'alta moda, prenotazioni di ristoranti stellati in centro e contratti di leasing per un'auto di grossa cilindrata intestata a Marco.
Ma fu aprendo il primo cassetto della scrivania che trovai il vero nucleo del mistero. All'interno c'era una scatola di velluto rosso scuro. La aprii con un movimento secco. All'interno non c'erano gioielli o preziosi, ma una vecchia chiave arrugginita, un certificato di nascita risalente a quindici anni prima emesso da un comune della provincia di Treviso, e una fotografia che mi tolse letteralmente il fiato, facendomi barcollare all'indietro.
Nella foto c'erano un uomo e una donna che sorridevano felici in un giardino fiorito. L'uomo era Marco, molto più giovane ma inconfondibile. La donna era Valeria. E tra le loro braccia tenevano un neonato avvolto in una coperta azzurra, con una data scritta a penna sul retro che coincideva esattamente con il mese e l'anno di nascita di mia figlia Sofia.






