Le Nove Ore in un Corridoio Gelido
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Le Nove Ore in un Corridoio Gelido

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parte10: L'Intruso nel Reparto

Il rumore sordo della maniglia che si abbassava lentamente dall'esterno della porta della stanza di degenza piombò nella camera come un colpo di frusta. Il respiro di Mai si bloccò all'istante, le mani le si strinsero convulsamente attorno alle coperte, mentre gli occhi sbarrati fissavano il profilo metallico della porta che cominciava ad aprirsi di qualche centimetro, rivelando una fessura di luce buia e tagliente proveniente dal corridoio. Nessuna infermiera avrebbe mai aperto a quell'ora della notte senza bussare o senza preavviso, specialmente dopo le raccomandazioni del direttore sanitario e la presenza discreta ma costante delle forze dell'ordine nei piani inferiori dell'ospedale.

La signora Lan non fece un solo passo indietro. Con un movimento fluido e misurato, si piantò davanti alla culla del neonato, allargando leggermente le braccia in un gesto protettivo che ricordava quello di un'aquila pronta a difendere il proprio nido contro qualsiasi predatore. Il suo volto era una maschera di pietra, priva di paura, illuminata solo dalla luce fredda del monitor cardiologico.

La porta si aprì del tutto con un leggero scricchiolio dei cardini. Sulla soglia, immerso nella penombra del corridoio, apparve una figura incappucciata, vestita con un giubbotto scuro a vento e con il volto parzialmente coperto da una mascherina chirurgica nera e da un cappellino con la visiera abbassata fin quasi agli occhi. L'intruso fece un passo furtivo all'interno della stanza, richiudendosi la porta alle spalle con estrema cautela, prima di immobilizzarsi non appena si accorse che la signora Lan lo stava fissando dritto negli occhi senza tremare.

— «Chi... chi sei? Che cosa vuoi?» balbettò Mai con un filo di voce strozzata dal terrore, cercando disperatamente di sollevarsi sui cuscini ma bloccata dai punti e dalla debolezza post-parto.

L'intruso non rispose verbalmente. Infilò lentamente la mano destra nella tasca interna del giubbotto, estraendo un piccolo oggetto metallico che rifletté la luce flebile della stanza: una chiavetta USB di sicurezza e una busta imbottita sigillata con ceralacca rossa. L'uomo fece un altro passo in avanti, emettendo un sospiro profondo attraverso la mascherina, prima di parlare con una voce roca e alterata artificialmente: — «Non fate rumore.

Non sono qui per farvi del male... e soprattutto non sono qui per il bambino,» sussurrò l'intruso, puntando lo sguardo direttamente sulla signora Lan. «Ho un messaggio per lei, signora Lan. E soprattutto ho la seconda parte del dossier che il dottor Giuliano stava cercando di fare sparire dai server amministrativi prima che venisse arrestato.»

Mai sgranò gli occhi, incredula. Guardò l'uomo incappucciato e poi sua madre, cercando di capire se si trattasse di una trappola sofisticata o di un colpo di scena inatteso in quella notte interminabile.

La signora Lan non si scompose minimamente. Continuò a mantenere la sua posizione di guardia davanti alla culla, squadrando l'intruso da capo a piedi con un'aria di fredda superiorità investigativa.

— «Ci hai messo troppo tempo a decidere da che parte stare, dottor Moretti... o forse dovrei dire, stimato vicesegretario della commissione regionale acquisti?» esordì la signora Lan con voce ferma e tagliente come il cristallo.

L'intruso sussultò visibilmente. Con un gesto rapido e deciso, si tolse la mascherina chirurgica e il cappellino, rivelando il volto pallido, solcato da rughe di profonda disperazione, di un uomo sulla cinquantina che Mai riconobbe immediatamente: era il dottor Vanni, il braccio destro del direttore sanitario e il principale responsabile della contabilità del reparto di ostetricia, nonchè il firmatario di tutti i bilanci falsificati firmati insieme a Giuliano.

— «Come... come faceva a sapere che ero io?» eshalò Vanni con un filo di voce, barcollando leggermente e appoggiandosi alla spalliera di una poltrona vuota. «Pensavo di essere arrivato qui inosservato...»

— «Tu credi che io abbia passato quarant'anni nei meandri della pubblica amministrazione senza imparare a riconoscere la grafia digitale e la firma elettronica dei funzionari corrotti che cercano di salvare la propria pelle all'ultimo minuto?» rispose la signora Lan con un sorriso freddo. «Giuliano era un arrogante che voleva fare tutto da solo, ma tu eri la sua mente contabile. Sapevo che prima o poi saresti venuto a cercarmi per barattare i tuoi segreti in cambio di un'immunità che solo la Procura può concederti se collabori per davvero.»

Vanni guardò la donna anziana con un misto di terrore e profonda riverenza. Si rese conto, in quel preciso istante, che non aveva davanti una semplice nonna indifesa, ma un'investigatrice implacabile che aveva calcolato ogni singola mossa di quella scacchiera criminale.

— «Ha ragione...» mormorò Vanni, abbassando la testa e posando la busta imbottita e la chiavetta USB sul bordo del tavolino. «Giuliano voleva incastrarmi per ripulire il suo nome e far ricadere tutta la colpa su di me e sugli altri funzionari regionali. Ho le prove di tutti i bonifici esteri, dei nomi dei politici che proteggevano il sistema e delle prescrizioni sanitarie alterate. Vi consegno tutto... ma vi prego, proteggetemi. Se i mandanti scoprono che ho parlato, sono un uomo morto.»

La signora Lan fece un cenno d'assenso, raccogliendo la busta con estrema delicatezza. «La giustizia protegge chi sceglie la verità, dottor Vanni. Ma il conto da pagare per quello che avete fatto ai pazienti di questo ospedale sarà comunque salatissimo.»

Prima che Vanni potesse aggiungere altro, un trambusto improvviso e assordante echeggiò lungo il corridoio: passi pesanti, grida concitate e il rullio di scarponi militari che avanzavano a passo di carica verso la stanza di degenza. La porta si spalancò di colpo, rivelando non più una minaccia, ma la svolta definitiva di tutta la vicenda.