Parte 10
Le sirene della polizia federale si fecero via via più vicine, lacerando il silenzio della piovosa tarde pomeriggio a Westport con un crescendo di suoni acuti e ininterrotti. Daniel estrasse di scatto dalla cassetta di sicurezza a muro una pesante pistola semiautomatica di calibro piccolo, un’arma che non sapevo nemmeno possedesse e che evidentemente teneva nascosta lì da anni per le emergenze più estreme.
Il metallo nero della canna brillò sinistramente sotto la luce fioca del corridoio, mentre lui si voltava lentamente verso di me con lo sguardo iniettato di sangue e un sorriso folle stampato sul volto. «Se pensano di potermi trascinare in un’aula di tribunale in manette e strapparmi tutto ciò per cui la mia famiglia ha lottato una vita intera, si sbagliano di grosso», gridò con voce alterata dalla paranoia e dalla disperazione.
Rimasi immobile sul pavimento, con i polsi doloranti per lo strattonamento subito, ma la mia mente non smise di analizzare ogni singola variabile della situazione con la freddezza di un revisore contabile di fronte a un collasso finanziario imminente. Sapevo che se avessi cercato di correre verso la porta d’ingresso, mi avrebbe raggiunta prima che potessi azionare la serratura; dovevo guadagnare tempo, distrarlo, costringerlo a parlare finché gli agenti federali non fossero arrivati a sfondare l’uscio. «Daniel, tu non sei un criminale professionista.
Stai solo rovinando definitivamente la tua vita per coprire i fallimenti di tua madre e di Robert. Se spari un colpo qui dentro, non ci sarà più alcuna via d’uscita per te, nemmeno la prigione ti proteggerà dai debiti che hai accumulato», dissi con voce ferma, cercando di mantenere un tono calmo e ipnotico, esattamente come facevo per placare i clienti più ostili durante le negoziazioni ad alto rischio.
Daniel esitò per una frazione di secondo, abbassando leggermente la canna della pistola, mentre le sue mani tremavano visibilmente. «Tu non capisci, Natalie... tu hai sempre avuto tutto dalla vita! I soldi di tua nonna, una carriera brillante, il rispetto di tutti! Io non ero che un ospite nella mia stessa casa, un servo tollerato che doveva chiedere il permesso per ogni centesimo!», urlò lui con la voce rotta da un pianto di rabbia repressa per anni. «Quella casa era mia, Daniel, ma io ho condiviso con te ogni cosa, ti ho dato fiducia, amore e rispetto per dieci anni!
Sei stato tu a distruggere tutto per la tua ingordigia e per l'influenza tossica della tua famiglia!», replicai senza abbassare lo sguardo, piantando i miei occhi nei suoi con una forza tale da disorientarlo ulteriormente. All’esterno, il rumore di pneumatici sull’asfalto bagnato annunciò l’arrivo dei SUV della polizia federale; sentii le portiere sbattere con forza e le voci concitate degli agenti che impartivano gli ordini tattici lungo il perimetro della proprietà.
Daniel si voltò di scatto verso la finestra del corridoio che dava sul giardino anteriore, vedendo le sagome scure degli agenti in assetto antisommossa avanzare con cautela lungo il vialetto d’ingresso. Il panico prese definitivamente il sopravvento sulla sua lucidità residua; puntò nuovamente l’arma nella mia direzione con un gesto inconsulto, urlando istericamente: «Se non posso avere questa casa io, non l’avrà mai nessuno di voi!
Vi farò saltare tutti in aria!» Nel momento stesso in cui pronunciò quelle parole folli, vidi Daniel correre verso la porta della cantina, armeggiare con la valvola principale del gas metano che alimentava l’intero impianto di riscaldamento domestico, intenzionato a provocare una catastrofe pur di sottrarsi all’arresto definitivo. Un brivido di puro terrore mi attraversò la schiena; comprese che avevo pochissimi secondi per agire prima che la situazione degenerasse in una tragedia irreversibile.






