Roberto avanzò lentamente, tenendo le mani nelle tasche di un lungo cappotto scuro. Il suo volto, di solito curato e sorridente nelle feste aziendali a cui avevo dovuto partecipare negli anni passati, appariva scavato, segnato da occhiaie profonde e da una barba incontrollata di diversi giorni.
«Laura», disse con una voce promiscua, roca per il fumo o per la stanchezza. «Sei venuta davvero. Sapevo che l'istinto materno ti avrebbe spinta fin qui».
Mi impostai a distanza di sicurezza, stringendo la chiave dell'auto nella tasca dell'impermeabile come un'improvvisata arma di difesa. «Sei stato tu a mandarmi quel messaggio, Roberto? Cosa c'entra mio figlio in tutto questo? E perché mi hai fatta venire in questo posto?»
Roberto lasciò andare una risata priva di umorismo, un suono secco che rimbombò tra le lamiere arrugginite del deposito. «Tranquilla, non ho intenzione di farti del male. Non sono un criminale da strada. Ma quello che è successo oggi in tribunale... hai giocato la tua mossa e hai pensato di aver incastrato solo Mark. In realtà hai appena fatto esplodere una bomba a orologeria di cui non conosci gli effetti».
«Di cosa stai parlando?» chiesi, mantenendo il tono di voce fermo nonostante il terrore che mi divorava dentro. «La perizia contabile sul fondo 'Aura' dimostra che sei stato tu a prosciugare i conti societari. Mark si è preso la responsabilità esclusiva dei debiti firmando l'accordo di divorzio. Io ne sono fuori, e mio figlio è al sicuro».
«Al sicuro?» Roberto fece un altro passo avanti. «Tu credi davvero che quei tre milioni di euro siano svaniti per colpa delle mie cattive speculazioni? Credi davvero che Mark fosse la vittima inconsapevole in tutta questa storia?»
Aggrottai la fronte. Le sue parole si scontravano con la ricostruzione che avevo fatto negli ultimi mesi con l'aiuto dei revisori dei conti. «Mark non sapeva nulla della frode. Era accecato dalla sua arroganza e non ha mai controllato i bilanci».
«Mark sapeva tutto», pronunciò Roberto scandendo bene ogni sillaba. «È stato Mark a chiedermi di trasferire quei tre milioni di euro tre mesi fa, poco prima di annunciarti che voleva il divorzio. Era il suo piano di riserva. Voleva simulare il fallimento della holding per non doverti dare un singolo centesimo di alimenti o di liquidazione patrimoniale! Voleva dichiararsi bancarottiere, ripulire i soldi attraverso una società offshore e poi godersi il tesoro nascosto con la sua nuova donna!»
Sentii il terreno mancarmi sotto i piedi. L'avidità di Mark era dunque andata ben oltre la semplice arroganza: era una premeditazione fredda, spietata e criminale.
«E allora perché mi hai fatto venire qui?» domandai, cercando di ricomporre i pezzi del puzzle.
«Perché Mark ti ha usata fin dall'inizio», continuò Roberto, estraendo dalla tasca una piccola chiave d'ottone stampata con un numero: 142. «I tre milioni di euro non sono mai usciti dal Paese. Mark ha usato la tua firma falsificata su alcuni documenti societari risalenti a due anni fa per intestare la società shell che detiene quel capitale a nome tuo e di tuo padre. Se la Finanza o la Procura scavano oltre la perizia che hai presentato oggi, non troveranno soltanto i debiti in capo a Mark... troveranno che i soldi sottratti risultano essere finiti nei conti della tua famiglia!»
Un brivido d'orrore mi percorse la schiena. Mark non voleva solo lasciarmi senza niente e tenersi tutto; aveva predisposto le cose in modo che, se il suo castello di carte fosse crollato, la colpa della frode sarebbe ricaduta interamente su di me e sul ricordo di mio padre. Mi aveva trasformata nella sua copertura perfetta.
«Non è possibile... le firme sui documenti di due anni fa...» mormorai, ricordando le decine di fogli che Mark mi chiedeva di firmare distrattamente a tavola tra una cena e l'altra, dicendomi che si trattava di formalità per la detrazione fiscale della casa.
«È la verità, Laura», disse Roberto, allungando la mano con la chiave numero 142. «La prova di quello che ti sto dicendo è dentro l'armadietto 142, proprio dietro di te. C'è la chiavetta USB con le registrazioni delle conversazioni tra me e Mark e le copie dei documenti con la tua firma contraffatta».
«Perché mi stai dando queste prove?» chiesi insospettita, senza allungare la mano per prendere la chiave. «Cosa vuoi in cambio, Roberto?»
«Voglio salvare la mia pelle», rispose con sconfortante onestà. «Mark sta per essere travolto dai creditori e la Finanza gli starà addosso entro quarantotto ore. Quando capirà che la sua manovra in tribunale è fallita, cercherà di far scattare la trappola contro di te prima che tu possa difenderti. Se tu usi quelle prove per denunciarlo prima che lo faccia lui, la magistratura individuerà in lui il solo responsabile della frode e io potrò patteggiare ed evitare il carcere. Prendi la chiave, Laura. Per il bene tuo e di Tommy».
Litigai con il mio stesso istinto prima di allungare lentamente la mano e afferrare la chiave d'ottone dalle dita fredde di Roberto.
«L'armadietto è quello in fondo a destra», disse Roberto indicando la penombra. «Fai in fretta. Mark sa che sono in città e non ci metterà molto a capire che sto cercando di tagliarlo fuori».
Mi voltai e mi avviai verso l'armadietto numero 142. Inserii la chiave nella serratura arrugginita e la girai. Lo sportello d'acciaio si aprì con uno stridio metallico.
All'interno dell'armadietto c'era una piccola mazzetta di documenti e una busta imbottita. Allungai la mano per prenderla, ma proprio in quel momento, dall'esterno del capannone, giunse il suono roboante di un motore a pieni giri e lo stridio violento di un'auto che frenava a pochi metri dall'ingresso.
Un'ombra alta si stagliò contro l'apertura del capannone. Era Mark. E nella sua mano destra impugnava qualcosa che luccicava minacciosamente sotto la luce fioca del lampione.






