MIO MARITO VOLEVA TUTTO, TRANNE NOSTRO FIGLIO.
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MIO MARITO VOLEVA TUTTO, TRANNE NOSTRO FIGLIO.

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Mi fermai sui gradini in marmo del tribunale, mentre il vento autunnale mi scompigliava i capelli. Sfilai lo smartphone dalla borsa e aprii la notifica del messaggio. Il numero era privo di identificativo, ma il testo era fin troppo chiaro e diretto:

«Pensi di aver vinto, Laura? Credi davvero che consegnare Mark ai debiti di Roberto risolva i tuoi problemi? Non sai ancora dove sono finiti i tre milioni di euro scomparsi dal conto societario prima della perizia. Chiediti perché il tuo ex marito è stato così cauto con Tommy fino a ieri. Controlla il vecchio deposito alla stazione prima delle sei, se ci tieni al futuro di tuo figlio.»

Il cuore mi si strinse in una morsa di ghiaccio. Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie. Tre milioni di euro? Il deposito alla stazione?

Mentre leggevo e rileggevo quelle righe, la porta a vetri del tribunale si spalancò con violenza. Mark uscì a passi rapidi, la cravatta allentata e il volto stravolto dalla furia. Il suo avvocato lo seguiva a breve distanza, tentando invano di calmarlo, ma lui la scostò con un gesto brusco.

Quando mi vide ferma in cima alla scalinata con il telefono in mano, si bloccò per un secondo. Poi si scagliò verso di me.

«Sei felice, vero?» urlò Mark, incurante della gente che passava e si voltava a guardare. «Mi hai rovinato! Hai pianificato tutto fin dal primo giorno! Sapevi che Roberto mi stava incastrando e mi hai lasciato firmare quella condanna a morte!»

«Ho solo accettato le tue condizioni, Mark», risposi con voce ferma, cercando di nascondere il tremito delle mani mentre riponevo lo smartphone in tasca. «Sei stato tu a volere tutto per te. Sei stato tu a dire che Tommy era un peso e che potevo tienermelo senza chiedere nulla in cambio. Hai scambiato tuo figlio per delle mura di cemento e delle macchine di lusso. Ho solo fatto in modo che pagassi il prezzo della tua avidità».

Mark lasciò andare un riso amaro, avvicinandosi di un passo. «Pensi di avermi distrutto, Laura? Pensi davvero che io sia così sprovveduto? Tu non hai idea di cosa ci sia sotto. Credi che io sia l'unico colpevole in questa storia? Roberto non ha agito da solo. E se pensi che quella perizia contabile ti metta al sicuro da quello che sta per succedere, ti sbagli di grosso».

Le sue parole risuonavano stranamente sinistre, riflettendo con spaventosa precisione l'avvertimento contenuto nel messaggio che avevo appena ricevuto.

«Di cosa stai parlando, Mark?» chiesi, stringendo la presa sulla borsa.

«Lo scoprirai presto», disse lui, con un sorriso deformato dalla rabbia e dal disprezzo. «Credi che io non sapessi del conto cifrato che tuo padre ti aveva lasciato prima di morire? Credi che io non sappia da dove provengono davvero i soldi che hai usato per creare il fondo fiduciario di Tommy? Ti sei salvata la pelle oggi in tribunale, ma hai aperto un vaso di Pandora che inghiottirà anche te».

Si voltò senza aggiungere altro, scendendo a rotta di collo i gradini e salendo a bordo della sua berlina nera, che partì con uno stridio di pneumatici sull'asfalto bagnato.

Rimasi sola sui gradini, il respiro corto. Il riferimento a mio padre mi aveva colpita come un pugno allo stomaco. Mio padre era deceduto tre anni prima, lasciandomi un'eredità modesta ma pulita, che avevo sempre custodito con cura per l'istruzione di Tommy. Mark non ne aveva mai voluto sapere i dettagli, considerandola un'inutile inezia rispetto ai suoi affari milionari. Perché ora tirava in ballo mio padre? E chi era l'autore del messaggio anonimo?

Guardai l'orologio sul display del telefono: erano le due del pomeriggio. Avevo meno di quattro ore prima dello scadere del termine indicato nel messaggio: «Controlla il vecchio deposito alla stazione prima delle sei».

Tirai fuori il telefono e chiamai mia sorella Giulia, che stava accudendo Tommy a casa sua.

«Giulia, come sta Tommy?» chiesi, cercando di mantenere la voce più normale possibile.

«Sta benissimo, Laura! Ha appena finito di fare i compiti e stiamo preparando una torta. Com'è andata in tribunale? È finita?»

«È... è andata come speravamo. L'accordo è stato ratificato», risposi evasiva. «Senti, Giulia, ti prego di fare una cosa per me. Rimani dentro casa con Tommy. Chiudi la porta a chiave e non aprire a nessuno, nemmeno se si presenta Mark o qualcuno per conto suo. Arrivo da voi appena posso».

«Laura, cosa sta succedendo? Mi stai spaventando...»

«Nulla di grave, devo solo sbrigare un'ultima commissione burocratica con il legale. Vi voglio bene, a tra poco».

Chiusi la chiamata e mi avviai verso la mia piccola utilitaria parcheggiata a due isolati di distanza. Il sollievo per la vittoria in tribunale era svanito del tutto, sostituito da una cupa sensazione di minaccia. Chiunque avesse inviato quel messaggio sapeva dettagli riservatissimi che persino il mio avvocato ignorava.

Guidai verso la stazione ferroviaria centrale, mentre le prime gocce di una pioggia battente cominciavano a picchiettare sul parabrezza. L'area dei vecchi depositi abbandonati della stazione era una zona degradata, dimenticata dai progetti di riqualificazione urbana, fatta di capannoni arrugginiti e binari morti.

Parcheggiai a distanza di sicurezza e scesi dall'auto, coprendomi con l'impermeabile. Camminai tra le pozze d'acqua fino a raggiungere la fila di vecchi armaggetti di metallo numerati, risalenti agli anni '80, usati un tempo dal personale ferroviario.

Il messaggio non specificava un numero di armadietto. Mi fermai al centro del corridoio coperto, il cuore che mi batteva all'impazzata nel petto. L'oscurità stava già calando, accelerata dalle nubi temporalesche.

All'improvviso, un rumore di passi e lo scricchiolio di una porta in metallo attirarono la mia attenzione in fondo al corridoio. Una figura sagomata contro la luce fioca di un lampione si mosse verso di me. Non era uno sconosciuto. Era Roberto, il socio d'affari di Mark.