Un anno dopo quel colloquio, mi trovavo sul palco principale della facoltà di medicina, ma questa volta non nei panni della valedictorian, bensì in quelli di ospite d'onore e docente associata invitata a tenere la lectio magistralis per i nuovi laureandi.
Indossavo la toga accademica con i profili dorati del corpo docenti. Guardando la platea gremita di giovani volti pieni di speranza, di sogni e di timori per il futuro, sorrisi ripensando al giorno in cui ero stata cacciata sotto la pioggia battente con un biglietto strappato e un'anima ferita.
Quella tempesta non mi aveva distrutta. Aveva semplicemente lavato via tutto il superfluo, lasciando spazio unicamente alla mia vera essenza, alla mia forza e alla mia vocazione per la medicina.
«Cari neolaureati» dissi al microfono, con voce sicura e risonante che riempiva l'auditorium, «ricordate che il vostro valore non dipende da chi cerca di sminuirvi, né dagli ostacoli che incontrerete lungo il cammino. Le difficoltà non definiscono chi siete; è il modo in cui scegliete di rialzarvi, più forti di prima, a fare di voi dei veri medici e dei veri esseri umani. Abbiate sempre il coraggio di lottare per i vostri sogni, anche quando tutto sembra perduto sotto la pioggia.»
Un fragoroso applauso si levò dalla sala, mentre un fascio di luce calda illuminava il mio cammino verso il futuro.






