il rettore mi accompagnò sul palco davanti a tutti.
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il rettore mi accompagnò sul palco davanti a tutti.

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Due settimane dopo quel turno in terapia intensiva, mentre stavo completando alcune pratiche burocratiche nel mio ufficio al secondo piano dell'ospedale, la segretaria del dipartimento bussò alla porta con un'espressione leggermente imbarazzata.

«Dottoressa Hensley, c'è una persona fuori che insiste per vederla. Dice che è... che è suo padre.»

Fermai la penna a metà scrittura. Per un istante, un brivido di freddo mi attraversò la schiena, non per paura, ma per la sorpresa di ritrovarmi faccia a faccia con quell'ombra del passato.

«Fallo entrare» dissi con voce calma.

La porta si aprì lentamente. Mio padre entrò nel mio ufficio con passo incerto, visibilmente invecchiato. I capelli erano più grigi, le spalle curve e l'espressione di arrogante superiorità che aveva sempre ostentato era completamente svanita, sostituita da un'evidente umiltà mista a vergogna.

Rimase in piedi vicino alla soglia, guardandosi intorno con imbarazzo prima di posare gli occhi su di me.

«Clara...» mormorò con voce roca. «Posso sedermi?»

Feci un cenno con la mano verso la sedia di fronte alla mia scrivania. «Siediti pure, papà. Hai cinque minuti, poi devo tornare in reparto.»

Si sedette lentamente, con le mani intrecciate sulle ginocchia. Per qualche istante regnò un silenzio pesante, rotto solo dal ticchettio dell'orologio a muro.

«Volevo... volevo solo dirti che mi dispiace» sussurrò infine, abbassando lo sguardo. «Ho perso il lavoro alla clinica. Haley e la sua matrigna... beh, le cose non vanno più come prima. La nostra vita è cambiata radicalmente. Ho capito... ho capito quanto fossi cieco. E quanto fossi ingiusto nei tuoi confronti.»

Lo ascoltai senza interromperlo, osservando l'uomo che per anni mi aveva sminuita, ridotto ora a chiedere il perdono alla figlia che aveva cacciato sotto la pioggia.