I giorni trascorsi alla baita furono un misto di sospensione temporale e angoscia crescente. Il rifugio era spartano, riscaldato solo da una vecchia stufa a legna che scoppiettava giorno e notte, diffondendo un profumo di resina e brace che riempiva le stanze rustiche. Per Alice cercai di inventare una sorta di vacanza avventurosa, fatta di passeggiate nei dintorni, letture accanto al fuoco e cioccolata calda preparata con il latte fresco acquistato dal vecchio pastore che viveva nella malga più vicina, a un paio di chilometri di distanza.
Ma la mia mente era costantemente lontana da quel paradiso boschivo. Sapevo che i nostri movimenti non potevano rimanere segreti a lungo. Donato Moretti non era uomo da lasciarsi sfuggire chiunque osasse intromettersi nei suoi affari o sfidare la sua autorità.
La svolta arrivò il quarto giorno del nostro isolamento. Erano circa le tre del pomeriggio quando sentii il rumore sordo di un motore fuoristrada che saliva lungo la strada sterrata che portava alla baita. Il cuore mi balzò in gola. Corsi alla finestra della cucina, sollevando appena la tenda a quadri per guardare fuori.
Parcheggiata davanti al cancelletto di legno c’era una Jeep nera dai vetri oscurati. Dalla portiera lato guida scese un uomo robusto, con una giacca a vento scura e un cappuccio abbassato sul viso. Non era uno degli sgherri di Moretti, o almeno non sembrava tale; il suo portamento era diverso, più misurato, quasi professionale.
Afferrai una pesante paletta di ferro accanto alla stufa, stringendola come un'arma improvvisata, mentre sentivo i passi pesanti salire i gradini di legno del portico. Un attimo dopo, tre rintocchi secchi risuonarono sulla porta d’ingresso.
— Chi è? — gridai con voce tremante ma decisa, cercando di mascherare la paura che mi attanagliava la gola.
— Signora Rossi, non abbia paura. Non sono qui per farle del male — rispose una voce calma e profonda dall'esterno. — Mi chiamo Marco Benetti. Sono un giornalista d'inchiesta del quotidiano regionale. E ho bisogno di parlare con lei.
Il nome mi aprì un varco nella mente. Avevo letto alcuni suoi articoli coraggiosi sugli scandali finanziari e sulla malavita economica del Nord-Est. Possibile che mi avesse rintracciata?
Asciugai le mani sudate sui jeans, feci un respiro profondo e aprii lentamente la porta, tenendo la paletta nascosta dietro la schiena. L'uomo sulla soglia aveva circa quarant'anni, capelli brizzolati, un'espressione stanca ma intelligentissima e occhi che brillavano di acuta curiosità. Mi mostrò subito un tesserino di riconoscimento stampa.
— Posso entrare, signora Rossi? Fuori fa un freddo cane, e quello che ho da dirle le interessa molto più di quanto immagini.
Lo guardai dubbiosa per un istante, poi mi scansai per farlo entrare, chiudendo subito la porta a chiave dietro di lui. Alice, spaventata da quell'intrusione inaspettata, si rifugiò dietro la mia schiena, stringendomi i pantaloni con entrambe le mani.
Il giornalista si tolse i guanti di pelle, posò la ventiquirta sulla panca di legno e ci guardò con un sorriso rassicurante.
— Stia tranquilla, signorina Alice. La mamma ha fatto bene a proteggerti. Ma adesso la situazione è arrivata a un punto di non ritorno. Donato Moretti sta muovendo mari e monti per trovarvi. E non solo per voi... c' di mezzo il piccolo Leonardo.
Le mie difese crollarono di colpo. Guardai Marco Benetti con gli occhi sgranati, capendo che non ero più sola in quella battaglia disperata.






