Il Segreto del Secondo Panino
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Il Segreto del Secondo Panino

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Il ritorno alla realtà fu brutale. Appena rientrata a casa, trovai la porta d'ingresso socchiusa. Il cuore mi balzò in gola; corsi dentro urlando il nome di Alice, temendo il peggio, immaginando che gli uomini di Moretti fossero già arrivati per vendicarsi della mia intrusione.

Invece, trovai mia figlia seduta sul divano del soggiorno, pallida ma illesa, mentre stringeva tra le braccia il suo orsacchiotto di peluche preferito. Accanto a lei c'era una vicina di casa anziana, la signora Carla, che ci sorvegliava con aria preoccupata.

— Elena, grazie al cielo sei tornata — esclamò la signora Carla tirando un sospiro di sollievo. — Ho trovato Alice fuori dal portone che piangeva. Diceva che nessuno era passato a prenderla al parco e che due uomini strani le avevano fatto delle domande.

Il sangue mi si gelò nelle vene. Due uomini strani? Avevano cercato di intimidirmi colpendo la cosa più preziosa che avevo al mondo: mia figlia. La rabbia, mista a un terrore cieco, mi prese allo stomaco, trasformandosi in una spinta irrefrenabile alla ribellione. Non potevo più restare a Vicenza ad aspettare che mi colpissero alle spalle. Quella stessa notte, mentre Alice dormiva profondamente nel suo letto cullata dalla stanchezza e dalla paura, presi una decisione radicale.

Raccolsi alla rinfusa i vestiti indispensabili in due grandi valigie, infilai i risparmi di una vita in una busta nascosta sotto il materasso e scrissi un biglietto sbrigativo per la signora Carla, pregandola di custodire la casa per qualche giorno. Sapevo che non potevamo tornare a scuola l'indomani. Se fossimo rimaste lì, ci avrebbero schiacciate senza alcuna pietà.

Alle tre del mattino, con la nebbia fitta che avvolgeva le strade silenziose della periferia vicentina, caricai Alice ancora addormentata nella mia utilitaria. Il motore si accese con un rombo che nella quiete notturna mi sembrò assordante. Ingranai la marcia e partii sgommando leggermente sull'asfalto umido, senza voltarmi indietro nemmeno per un secondo.

La nostra meta era un piccolo rifugio di montagna di proprietà di una vecchia zia deceduta l'anno prima, situato sulle pendici delle Prealpi Vicentine, a un'ora di macchina dalla città. Era un luogo isolato, lontano da tutto e da tutti, irraggiungibile per chiunque non conoscesse i sentieri impervi che salivano tra i boschi di castagni e faggi.

Mentre guidavo lungo i tornanti bui e tortuosi, con la luce dei fari che tagliava la nebbia densa, pensavo a Leonardo. L'avevo lasciato lì, in quella scuola-prigione, promettendogli aiuto senza poter mantenere la parola. Ma sapevo anche che, per poterlo salvare, prima dovevo mettere al sicuro Alice e raccogliere prove inconfutabili da consegnare alle autorità competenti, scavalcando la fitta rete di corruzione e potere che proteggeva la famiglia Moretti in città.

Arrivammo alla baita quando le prime luci dell'alba cominciavano a filtrare tra le cime degli alberi, tingendo il cielo di un grigio plumbeo. Scesi dall'auto, respirai l'aria gelida e pura della montagna e strinsi forte la mano di mia figlia, che mi guardava con occhi grandi e interrogativi.

— Mamma, dove siamo? E perché siamo scappate nel cuore della notte? — mi chiese Alice, tremando leggermente per il freddo.

Le accarezzai la guancia, stampandole un bacio sulla fronte con un sorriso forzato ma colmo d'amore.

— Siamo in un posto sicuro, tesoro. La mamma deve sistemare una cosa molto importante, e qui nessuno ci farà del male.

Ma mentre pronunciavo quelle parole, dentro di me sapevo che il tempo stava per scadere e che la tregua conquistata con quella fuga precipitosa sarebbe durata ben poco.