Parte 3
Il rumore della chiave che girava nella serratura mi fece sussultare per un solo secondo, prima che riprendessi il pieno controllo di me stessa. Rimasi immobile accanto al comodino, con il telefono di Nathan ancora stretto nella mano destra e il display che rifletteva la luce fioca della lampada. La porta si aprì con un tonfo sordo e Nathan varcò la soglia. La cravatta era sciolta e penzolava storta sul petto della camicia bianca, i capelli erano arruffati e sul suo viso c'era l'espressione inconfondibile di chi aveva bevuto troppo per anestetizzare i propri sensi di colpa.
Non appena mi vide in piedi nella penombra della camera da letto, Nathan si bloccò sullo stipite della porta, come se avesse visto un fantasma. Il colore, già pallido per via dell'alcol e della tensione della serata, svanì del tutto dalle sue guance. «Mara...» mormorò con voce roca, quasi strozzata. «Perché non sei a letto? Ti stavo cercando... credevo fossi rimasta chiusa in macchina o che fossi tornata direttamente qui.»
Feci scivolare lentamente il suo telefono sul materasso, senza distogliere lo sguardo dai suoi occhi colpevoli. «Mi cercavi, Nathan? È strano, perché per tutta la serata al ricevimento sembravi piuttosto occupato a fare gli onori di casa insieme a Brooke Landon. E a giudicare dai messaggi che continuano ad arrivarti sullo schermo, la tua attenzione era rivolta altrove.»
Nathan fece un passo avanti, allargando le braccia in un gesto di supplica mista a disperazione. «Ascoltami, ti prego. Quella di stasera è stata una follia, una trappola organizzata da mia madre. Io non volevo che accadesse in quel modo! Eleanor ha insistito per invitare Brooke, dicendo che faceva parte della cerchia dei collaboratori dell'azienda... non potevo ribellarmi pubblicamente proprio il giorno del matrimonio di Sophie, avrebbe rovinato la festa a tutti!»
Le sue giustizie infantili mi fecero provare un senso di profonda repulsione. Otto anni trascorsi a costruire una vita insieme, e di fronte alla prima vera difficoltà la sua unica reazione era quella di dare la colpa alla madre, recitando la parte della vittima impotente. «Quindi mi stai dicendo che la sedia accanto alla mia, con il nome di Brooke Landon stampato sopra, è comparsa per magia? Che i mesi passati a mentirmi, a inventare viaggi di lavoro inesistenti e a giustificare bonifici inspiegabili sono colpa di Eleanor?»
Nathan deglutì a fatica, facendosi largo nella stanza e cercando di avvicinarsi per toccarmi il braccio. «Tu non capisci come funziona la mia famiglia, Mara. Mia madre controlla ogni cosa, la Pierce & Co. è la sua creatura e io... io mi sono sentito soffocare. Brooke è entrata nella mia vita in un momento di debolezza, ma non significa nulla! È solo una distrazione temporanea, te lo giuro sul nostro matrimonio!»
«Sul nostro matrimonio?», ripetei la frase con una calma gelida che parve terrorizzarlo più di qualsiasi urla o pianto. Feci un passo indietro per evitare il suo contatto fisico, impedendogli di sfiorarmi anche solo con la punta delle dita. «Nathan, il nostro matrimonio è finito nel preciso istante in cui tua madre ha fatto stampare quel cartellino, e nel momento in cui tu hai permesso che accadesse. Non c'è più nulla da spiegare, e soprattutto non c'è più nulla da salvare.»
La disperazione sul volto di Nathan si trasformò improvvisamente in panico puro. La consapevolezza che non stavo bluffando, che le mie lacrime non sarebbero arrivate e che le sue scuse non avrebbero sortito alcun effetto lo colpì come una scossa elettrica. La sua voce si alzò di tono, perdendo ogni sfumatura di autocontrollo. «Cosa diavolo pensi di fare, Mara? Di divorziare da me e portarvi via metà dei beni? Ricordati che l'accordo prematrimoniale che abbiamo firmato protegge ogni centesimo della Pierce & Co.! Tu non vedrai un solo centesimo della mia azienda, e lo sai benissimo!»
Quel moto di rabbia incontrollata fu la sua confessione più esplicita. Non negava più la relazione, non cercava più di giustificarsi; pensava unicamente a difendere il proprio patrimonio, rivelando la vera natura del suo egoismo. Sorrisi debolmente, voltandogli le spalle per dirigermi verso la cabina armadio e iniziare a raccogliere le mie cose essenziali in una valigia. «Non preoccuparti per la Pierce & Co., Nathan», dissi senza voltarmi. «Ci penserà il tribunale a decidere cosa spetta a chi. E credimi, le clausole che hai firmato otto anni fa contengono dettagli che hai dimenticato troppo in fretta.»
Mentre infilavo i primi vestiti nella valigia, sentii Nathan barcollare fuori dalla stanza, afferrare il proprio telefono dal letto e comporre un numero con dita tremanti. Sentii la sua voce concitata urlare contro qualcuno al telefono: «Mamma, svegliati... Mara ha scoperto tutto, dobbiamo fare qualcosa immediatamente prima che sia troppo tardi!». Ma ormai era troppo tardi per loro, e la notte stava appena iniziando a mostrare i suoi veri colori.






