L'Ombra della Giustizia
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L'Ombra della Giustizia

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Parte 6: La Scelta nel Corridoio

L'aria nel corridoio si bloccò all'istante. Daniel rimase immobile, il suo corpo che faceva da scudo ai lettini dei gemelli con un'angoscia indescrivibile impressa sul volto. L'uomo armato manteneva l'arma puntata con precisione millimetrica, gli occhi freddi e privi di qualsiasi esitazione.

«Sputa la chiave di sblocco dell'ascensore, signorina,» disse l'uomo facendomi un cenno con la canna della pistola. «Sappiamo chi sei. Giudice Elena Vance. Un bel trofeo da portare al nostro capo, insieme al bambino che ci spetta per il contratto.»

Il detective Miller, posizionato leggermente dietro di me nel cono d'ombra del pilastro, iniziò a sollevare con estrema lentezza la sua arma. Ma l'uomo se ne accorse immediatamente.

«Nemmeno pensarci, poliziotto,» ringhiò l'intruso, spostando per una frazione di secondo il tiro verso Miller. «I miei uomini sono già al piano. Un solo sparo e questa stanza verrà crivellata dai proiettili.»

In quella frazione di secondo, il mio cervello da magistrato abituato a gestire crisi ad altissima tensione analizzò ogni singolo dettaglio della scena. L'uomo era un professionista addestrato, ma la sua postura rivelava una leggera rigidità alla gamba sinistra, segno di una vecchia ferita o di un peso sbilanciato. E soprattutto, stava commettendo l'errore di sottovalutare la mia capacità fisica a causa della mia condizione post-operatoria.

«Il contratto è nullo,» dissi, facendo un piccolo passo in avanti e attirando la sua attenzione su di me. La mia voce era volutamente debole, incerta, come se stessi per svenire da un momento all'altro. «Vivian Sterling vi ha mentito. Non ha più soldi, e la polizia ha già bloccato il trasferimento bancario.»

L'uomo esitò, uno sguardo di dubbio che balenò nei suoi occhi. «La signora Sterling ha garantito che il pagamento era stato inviato.»

«Controlla tu stesso se ci riesci,» sussurrai, facendo un altro mezzo passo vacillante verso di lui, portandomi le mani all'addome come se stessi crollando per il dolore. «I fondi sono sotto sequestro giudiziario. Non otterrete mai un centesimo.»

L'uomo corrugò la fronte, istintivamente abbassando la guardia di pochi centimetri per valutare la mia apparente resa. Quella fu la crepa che stavo aspettando.

Con un movimento improvviso che sfidò ogni limite del mio corpo, afferrai il pesante estintore in acciaio agganciato alla parete accanto a me e lo sganciai con tutta la forza che mi rimaneva, scagliandolo direttamente contro le gambe dell'aggressore.

L'estintore colpì con violenza la sua ginocchia ferita. L'uomo emise un grido di dolore squassante, perdendo l'equilibrio e sbilanciandosi all'indietro.

«Miller, ora!» urlai.

Un secondo prima che l'aggressore potesse riposizionare l'arma, Miller scattò in avanti, colpendo il polso dell'uomo e facendo volare la pistola sul pavimento lucido del corridoio. Mike si lanciò immediatamente sull'intruso, immobilizzandolo a terra con una presa di bloccaggio professionale e ammanettandolo in pochi secondi.

«Entrate nell'ascensore! Subito!» gridò Miller, mantenendo la posizione di guardia verso il resto del corridoio.

Daniel non se lo fece ripetere due volte. Mi afferrò per la vita con un braccio, sostenendomi mentre barcollavo per lo sforzo immane che aveva riaperto leggermente i punti di sutura, e ci spinse tutti all'interno del montacarichi blindato insieme alle culle dei gemelli. Mike premette il pulsante di chiusura rapida.

Le pesanti porte metalliche si sigillarono proprio mentre i passi pesanti del resto della squadra armata risuonavano in fondo al corridoio. L'ascensore iniziò la sua discesa veloce e silenziosa verso i livelli sotterranei di massima sicurezza.

All'interno del vano ascensore calò un silenzio teso, rotto solo dal respiro affannoso di tutti noi e dai leggeri vagiti di Luna, che Daniel stava cercando disperatamente di cullare con una mano sola.

«Elena... il tuo addome,» mormorò Daniel con voce spezzata, guardando la chiazza di sangue che si stava allargando sulla mia camicia da notte. «Sei impazzita! Potevi morire!»

«Non avrei mai permesso a quel mostro di toccare voi o i nostri figli,» risposi, appoggiando la testa contro la parete fredda in metallo e cercando di controllare il respiro. «Mike, il tunnel d'emergenza è sgombro?»

«Dovrebbe esserlo,» rispose il capo della sicurezza, controllando un piccolo monitor di servizio all'interno dell'ascensore. «Il tunnel porta direttamente al rifugio bunker della Protezione Civile sotto il tribunale statale. Lì l'accesso è protetto da guardie federali armate ventiquattr'ore su ventiquattro.»

Le porte dell'ascensore si aprirono con un sibilo al livello -3. Ci trovammo di fronte a un lungo corridoio di cemento armato ben illuminato dalle luci d'emergenza gialle. Ma proprio mentre muovevamo i primi passi lungo il tunnel, una figura solitaria emerse dall'ombra in fondo al passaggio, sbarrandoci la strada.

Non era uno degli uomini armati.

Era un uomo elegante, sulla cinquantina, in abito gessato scuro, con un orologio d'oro al polso e una cartella di pelle rigida sotto il braccio. Il suo volto era calmo, quasi divertito.

Lo riconobbi all'istante, e un brivido di pura rabbia mi corse lungo la schiena.

Era Arthur Pendelton, il più noto e spietato avvocato penalista della città, famoso per difendere i più grandi cartelli criminali dello Stato... nonché il legale storico della famiglia Sterling.

«Buonasera, Giudice Vance,» disse Pendelton con un inchino beffardo. «Speravo davvero che non dovessimo incontrarci in circostanze così... poco formali.»