Il tavolino dei bambini e l’ultimo regalo di Natale
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Il tavolino dei bambini e l’ultimo regalo di Natale

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PARTE 5 — La cenere dell'impero e la fossa velenosa

La sala del consiglio della Leoni Costruzioni era diventata un cimitero di illusioni. I consiglieri d'amministrazione si erano dileguati uno dopo l'altro come ombre spaventate, lasciando sul tavolo di noce bicchieri d'acqua a metà e fascicoli abbandonati. Caterina era stata scortata fuori dai sanitari di un'ambulanza, colpita da un collasso cardiocircolatorio dopo aver visto entrambi i figli uscire incatenati dall'edificio che portava il nome della sua famiglia.

Ngọc rimase immobile al centro della stanza, la cartellina in pelle nera stretta tra le mani. Fuori dalla grande vetrata, il cielo sopra Brescia si era tinto di un grigio plumbeo, presagio di un'altra intensa nevicata.

«Ngọc, dobbiamo muoverci,» disse Alessandro, la voce incrinata da una tensione che non era mai riuscito a mostrare in vent'anni di carriera. «Il congelamento cautelare dei conti è un atto d'urgenza depositato dal Magistrato della DDA. Dobbiamo andare subito in Procura per dimostrare che eri del tutto all'oscuro della presenza di quei fusti tossici quando hai riacquistato la proprietà.»

Ngọc si voltò lentamente verso l'avvocato. Il suo volto appariva stranamente calmo, come la superficie di un lago gelato che nasconde correnti mortali sottostanti.

«Dimostrare la mia estraneità?» disse con voce bassa, quasi riflettendo tra sé e sé. «Alessandro, in Italia la Legge 68 del 2015 sui reati ambientali parla chiaro: la responsabilità oggettiva per la bonifica di un sito contaminato ricade sul proprietario dell'immobile, a prescindere da chi abbia commesso l'inquinamento, se l'autore originale è insolvibile o fallito.»

Alessandro strinse le labbra, incapace di smentirla. «Troveremo una scappatoia. Faremo appello al Tribunale del Riesame. Dimostreremo che Ettore e suo padre hanno nascosto le perizie geologiche negli archivi privati per truffarti!»

«E con quali soldi pagheremo gli appelli e i periti?» replicò Ngọc, muovendo un passo verso la porta. «I miei conti svizzeri sono congelati. La Lotos Real Estate sarà pignorata dallo Stato come garanzia per i sedici milioni di euro necessari per la bonifica. In questo momento, Alessandro, io sono finanziariamente morta quanto la famiglia Leoni.»

Uscirono dall'edificio attraverso un'uscita secondaria nel garage sotterraneo per evitare la folla di giornalisti e fotografi che cominciavano ad raggrupparsi davanti all'ingresso principale, attratti dalle gazzelle della Guardia di Finanza.

L'auto dell'avvocato attraversò la città in silenzio, dirigendosi verso il quartiere residenziale dove sorgeva Villa Leoni. La neve aveva ricominciato a cadere, posandosi pesante sui rami secolari degli ulivi che circondavano la tenuta.

Quando arrivarono davanti al cancello d'ingresso in ferro battuto, trovarono la strada sbarrata da nastri bicolore bianchi e rossi della Polizia Giudiziaria. Due pattuglie dell'ARPA e un laboratorio mobile dell'Unità Operativa Ambientale erano parcheggiati sul viale d'accesso. Tecnici in tute protettive bianche e maschere antigas si muovevano lentamente sul prato, piantando sonde di metallo nel terreno ed estraendo campioni di terra scura e fangosa.

Ngọc scese dall'auto. Il freddo della nevicata le frustò il viso, ma lei non si strinse nel cappotto. Camminò fino al nastro di recinzione, fissando la grande villa padronale che per quindici anni era stata la sua prigione dorata.

Un tecnico dell'ARPA, vedendola avvicinarsi, si fece da parte lasciando passare un uomo sulla cinquantina con un giaccone tecnico scuro e una valigetta di plastica rigida. Era il Dottor Moretti, il perito chimico incaricato dalla Procura.

«Lei è la Signora Ngọc Leoni?» chiese l'uomo con tono formale ma non privo di un'umana compassione.

«Sì,» rispose Ngọc. «Sono la proprietaria.»

Moretti sospirò, scuotendo leggermente il capo mentre guardava verso il parco degli ulivi. «Signora, quello che abbiamo trovato qui sotto è un disastro di proporzioni enormi. Il patriarca Leoni ha utilizzato questa tenuta negli anni Novanta come discarica abusiva per conto di alcune industrie chimiche della zona. Ci sono oltre quattrocento fusti d'acciaio buried a sei metri di profondità, molti dei quali corrotti dal tempo. Il PCB e il toluene sono penetrati nella falda freatica sottostante.»

«Da quanto tempo lo sapevano?» chiese Ngọc, la voce fermissima.

«Dai documenti contabili ritrovati stamattina nella cassaforte segreta di Ettore Leoni,» spiegò il perito, «risulta che la prima perdita è stata rilevata nel 2012. Suo marito e sua cognata hanno speso centinaia di migliaia di euro in interventi di tamponamento superficiale per evitare che il veleno affiorasse in superficie, sapendo perfettamente che prima o poi la bomba ecologica sarebbe esplosa.»

Ngọc chiuse gli occhi per un istante. Tutto le apparve chiaro con una nitidezza spaventosa.

Nel 2015, quando Ettore l'aveva supplicata in ginocchio di comprare la villa a suo nome per salvarla dal pignoramento bancario, non lo aveva fatto per salvare l'onore della famiglia. Aveva fatto passare la proprietà a nome di Ngọc per trasferire su di lei la bomba a orologeria finanziaria e penale della discarica abusiva!

Se la società fosse fallita e la verità fosse venuta a galla, lo Stato avrebbe confiscato i beni del proprietario legale. Ettore e sua madre sarebbero rimasti privi di proprietà intestate, mentre Ngọc avrebbe pagato con il suo patrimonio e la sua libertà.

Un riso amaro, privo di qualsiasi traccia di gioia, sfuggì dalle labbra di Ngọc.

«Hanno calcolato tutto,» sussurrò. «Fin dal primo giorno. Mi hanno usata come uno scudo umano per i loro crimini.»

«Ngọc,» disse Alessandro mettendole una mano sulla spalla. «Dobbiamo rientrare in auto. I giornalisti stanno arrivando anche qui. Non possiamo rilasciare dichiarazioni.»

«No,» disse Ngọc, scostando la mano dell'avvocato. «Lasciali venire. Lascia che vedano cos'è davvero la gloriosa famiglia Leoni.»

Si voltò verso l'ingresso della villa. Sul portone d'ingresso pendeva già il sigillo giudiziario in cera rossa con il timbro del Tribunale di Brescia. L'edificio che rappresentava l'orgoglio, il prestigio e la nobiltà fittizia della famiglia Leoni era ora una massa di cemento tossico recintata dalla polizia.

Proprio in quel momento, un taxi si fermò bruscamente dall'altro lato della strada.

La portiera si aprì e ne uscì Caterina. La vecchia donna appariva visibilmente invecchiata di dieci anni in poche ore: l'acconciatura perfetta era disfatta, l'abito elegante era sgualcito e il suo sguardo era quello di una donna che aveva perso ogni punto di riferimento nel mondo.

Accompagnata da un giovane parente che la sorreggeva per un braccio, Caterina vide i nastri della polizia, i tecnici in tuta bianca e Ngọc in piedi davanti al cancello.

Con passi incerti, la vecchia matriarca attraversò la strada imbiancata dalla neve, fermandosi a pochi metri da Ngọc.

«Tu...» mormorò Caterina, la voce ridotta a un soffio rauco. «Tu sapevi... sapevi dei fusti... hai fatto arrestare i miei figli... hai distrutto la mia casa...»

Ngọc la fissò con uno sguardo di una freddezza così assoluta che Caterina fece un passo indietro, spaventata.

«Io non sapevo dei fusti, Caterina,» disse Ngọc, ogni parola che cadeva sul terreno gelato come una lama d'acciaio. «Tuo marito e tuo figlio hanno piantato questo veleno sotto i tuoi piedi trent'anni fa. Hanno venduto la salute di questa terra per comprarti le pellicce, le argenterie e l'arrosto che mangiavate al tavolo principale. Vi siete nutriti per quarant'anni del denaro generato dalla spazzatura tossica.»

«Bugiarda!» strillò Caterina, scoppiando in lacrime isteriche. «Mio marito era un uomo d'onore! Mio figlio è un galantuomo! Tu li hai incastrati! Tu sei la maledizione di questa casa!»

«Tuo figlio è in una cella di isolamento con l'accusa di bancarotta e frode,» replicò Ngọc senza alzare la voce. «Tua figlia è ammanettata per appropriazione indebita. E questa casa, che tu definisci nobile, è solo una discarica velenosa che verrà demolita dallo Stato.»

Ngọc fece un passo verso la vecchia donna, abbassandosi leggermente per guardarla negli occhi.

«Ieri al pranzo di Natale,» continuò Ngọc con voce calmissima, «tua figlia mi ha detto che il peso di questa famiglia non è destinato a chi non dà un contributo significativo. Mi avete seduto su una sedia di plastica per bambini per ricordarmi che ero un'estranea. Ebbene, Caterina... ora il peso della vostra vera eredità è venuto a galla. Guarda la tua casa. Guarda i tuoi figli. Siete rimasti soli con la vostra immondizia.»

Caterina aprì la bocca per rispondere, ma non uscì alcun suono. Si portò le mani al viso, piegandosi in due sopra la neve mentre i suoi singhiozzi disperati risuonavano nel silenzio del parco sequestrato.

Ngọc si voltò di spalle, salendo sul sedile posteriore dell'auto di Alessandro.

«Dove andiamo adesso, Ngọc?» chiese l'avvocato, mettendo in moto il motore.

«A Milano,» rispose lei, fissando la villa che scompareva dietro la tenda di neve attraverso il lunotto posteriore. «Dobbiamo incontrare il Dottor Chen.»

Alessandro sobbalzò, quasi perdendo il controllo del volante. «Il Dottor Chen? Il referente del fondo d'investimento statale asiatico? Ngọc, quell'uomo è un prestatore di ultime istanze... se chiedi aiuto a lui, venderai la tua anima!»

«La mia anima è già stata venduta quindici anni fa quando ho sposato Ettore,» disse Ngọc, accennando un piccolo, insondabile sorriso. «Chen ha le risorse finanziarie per rilevare i crediti ambientali e sbloccare i miei conti in Svizzera tramite la loro rete di garanzie statali. Ma vorrà qualcosa in cambio.»

«E cosa vuole?» chiese Alessandro con timore.

«Vuole l'intero patrimonio immobiliare della Leoni Costruzioni a prezzo di liquidazione per trasformare la zona industriale di Brescia nel più grande hub logistico asiatico del Nord Italia,» spiegò Ngọc. «Cancelleremo definitivamente il nome Leoni dalla mappa di questa città.»

L'auto si immise sull'autostrada A4 verso Milano, correndo veloce attraverso la pianura padana avvolta dalla nebbia e dalla neve.

Ngọc appoggiò la testa al poggiatesta di pelle, chiudendo gli occhi. Sentiva la stanchezza di quindici anni di umiliazioni che le pesava sulle palpebre, ma nel suo petto non c'era più spazio per il dolore o per la paura. Il fuoco della vendetta si era trasformato in un blocco di ghiaccio indistruttibile.

Verso le cinque del pomeriggio, mentre l'auto si avvicinava ai grattacieli illuminati di Porta Nuova a Milano, il telefono cellulare riservato di Alessandro squillò di nuovo.

L'avvocato rispose vivavoce, collegando la chiamata agli altoparlanti dell'auto.

«Avvocato Valenti?» disse la voce trafelata del suo assistente di studio. «Abbiamo appena ricevuto una notifica urgente dal Tribunale Sorveglianza di Brescia!»

«Cosa succede?» chiese Alessandro.

«È Ettore Leoni, avvocato!» esclamò l'assistente. «Ha chiesto un colloquio straordinario con il Pubblico Ministero mezz'ora fa. Ha dichiarato di essere in possesso di una serie di registrazioni ambientali segrete effettuate negli ultimi cinque anni all'interno di Villa Leoni!»

Ngọc aprì immediatamente gli occhi, fissando lo schermo del navigatore.

«Registrazioni?» disse Alessandro. «Di che tipo?»

«Ettore sostiene che in quelle registrazioni,» spiegò l'assistente con voce tremante, «ci sono le prove che la Signora Ngọc incontrava regolarmente un alto dirigente dei servizi segreti cinesi per vendere informazioni industriali sulle infrastrutture italiane! Dice che la bonifica del terreno era solo una copertura per nascondere una rete di spionaggio internazionale!»

La linea cadde improvvisamente, sostituita dal suono disturbato di un'interferenza radio.

L'auto di Alessandro proseguì la sua corsa nella galleria d'ingresso di Milano. Ngọc rimase immobile nel buio dell'abitacolo, mentre la luce dei lampioni flashing sul suo volto attraverso i vetri oscurati.

La famiglia Leoni era stata distrutta, le loro ricchezze confiscate, il loro nome trascinato nel fango. Eppure, dall'interno di una cella d'isolamento, Ettore aveva appena scagliato l'ultima, devastante freccia venefica.

E questa volta, l'accusa non riguardava più solo i soldi o la terra. Riguardava l'alta fedeltà allo Stato, un reato che non prevedeva garanzie, non prevedeva cauzioni e non lasciava via di scampo.

Ngọc guardò la propria mano posata sul grembo. La tempesta non si era placata. Era appena entrata nel suo centro più oscuro.