PARTE 2 — L'ombra del passato e il conto in sospeso
Il clic del telefono che interrompeva la chiamata suonò nell'abitacolo silenzioso del taxi come la chiusura definitiva di una porta pesante. Ngọc posò il cellulare sul sedile di pelle scura, ignorando le successive, immediate vibrazioni. Caterina stava richiamando, disperata. Poi fu il turno di Nadia. E infine, il nome di Ettore apparve sullo schermo luminoso, lampeggiando nell'oscurità come un disperato segnale di emergenza.
Ngọc non rispose. Spense il dispositivo e lo lasciò scivolare nella borsa. La neve continuava a cadere su Brescia, coprendo le imperfezioni della città sotto un manto bianco e candido. Era ironico, pensò Ngọc, guardando fuori dal finestrino annebbiato. La neve copriva tutto, nascondeva lo sporco, proprio come lei aveva fatto per quindici anni con i disastri finanziari della famiglia Leoni.
Dieci anni prima, l'illustre famiglia di Ettore era arrivata sull'orlo del fallimento. L'azienda di costruzioni del defunto patriarca era stata prosciugata da investimenti sbagliati e dallo stile di vita sfarzoso che Caterina e Nadia si ostinavano a mantenere. Nessuno di loro, in quella lussuosa sala da pranzo, sapeva che la villa in cui si stavano ingozzando di arrosto era stata pignorata dalla banca.
Era stata Ngọc a salvarli. Aveva liquidato silenziosamente le azioni che suo padre le aveva lasciato in Vietnam, trasferito i fondi in Italia e riacquistato la proprietà, mettendola a suo nome. Ettore aveva implorato in ginocchio. «Ti prego, Ngọc, non dirlo a mia madre. Non lo sopporterebbe. Distruggerebbe il nostro orgoglio. Lascia che credano che io abbia risolto tutto con un nuovo investimento.» E lei, per amore, per cieca devozione al suo matrimonio, aveva accettato.
Aveva permesso che Caterina e Nadia continuassero a trattarla come una nullità, come l'immigrata senza un soldo che aveva avuto la fortuna di sposare il "principe" italiano, mentre in realtà era lei a pagare persino le bollette della luce che illuminavano i loro sguardi sprezzanti. «Signora, siamo arrivati», annunciò il tassista, interrompendo il flusso dei suoi ricordi.
Il taxi si era fermato davanti all'ingresso sontuoso di un hotel a cinque stelle nel cuore della città. Un portiere in divisa aprì immediatamente lo sportello, proteggendola con un grande ombrello nero. Ngọc scese, l'aria gelida della notte che le accarezzava il viso. Si sentiva stranamente leggera. Come se il peso di una montagna fosse stato rimosso dalle sue spalle.
Attraversò la hall sfarzosa con un passo sicuro che non aveva mai osato mostrare in casa Leoni. Prese l'ascensore fino all'ultimo piano, dove aveva prenotato la suite presidenziale mesi prima, prevedendo esattamente come si sarebbe conclusa la vigilia di Natale. Quando inserì la chiave magnetica, la porta si aprì su un ampio salone con vetrate che offrivano una vista mozzafiato sulla città innevata.
Al centro della stanza, seduto su un divano in pelle bianca con un bicchiere di Barolo in mano, c'era un uomo vestito con un impeccabile abito di sartoria scuro. «Sei in ritardo di quindici minuti, Ngọc. Cominciavo a pensare che ti fossi intenerita davanti all'arrosto di tua suocera,» disse l'uomo, un sorriso affilato che gli increspava le labbra.
Era Alessandro Valenti, uno degli avvocati d'affari più spietati e brillanti del Nord Italia, nonché il confidente segreto di Ngọc negli ultimi tre anni. Ngọc si sfilò il cappotto, abbandonandolo su una poltrona, e si avvicinò al minibar per versarsi un bicchiere d'acqua. «Non mi sono intenerita, Alessandro. Volevo solo assicurarmi che il tavolo venisse smontato proprio mentre mangiavano.
Il tempismo è tutto nella commedia.» Alessandro rise sommessamente, avvicinandosi al grande tavolo di vetro dove erano sparsi numerosi fascicoli. «Ho ricevuto la conferma dai traslocatori. Lavoro eseguito alla perfezione. E presumo, dal fatto che il tuo telefono sia spento, che abbiano trovato la cartellina in cucina.» «Sì,» rispose Ngọc, il tono piatto, privo di emozioni. «La madre di Ettore era in iperventilazione.
Ma questo è solo l'antipasto. Dimmi che tutto è pronto per domani mattina.» L'avvocato annuì, facendosi improvvisamente serio. Aprì una cartellina nera e le porse un documento denso di clausole e firme. «La Leoni Costruzioni è appesa a un filo. Come sai, l'ultimo grande progetto di Ettore è stato finanziato esclusivamente grazie a una linea di credito di cinque milioni di euro garantita dai tuoi fondi fiduciari.
Domani alle 9:00, c'è la riunione del consiglio di amministrazione. Ettore si aspetta di essere nominato ufficialmente Amministratore Delegato e di brindare al nuovo anno. Invece, i rappresentanti della banca si presenteranno per annunciare che il garante — ovvero tu — ha revocato le garanzie. La banca chiederà il rientro immediato del debito entro 48 ore.» Ngọc prese il documento, i suoi occhi scuri che scorrevano rapidamente sulle righe. «Non avranno mai quei soldi.
L'azienda è illiquida. Le proprietà immobiliari le ho prese io.» «Esatto,» confermò Alessandro, ammirando la freddezza della donna. «Domani a mezzogiorno, Ettore Leoni non sarà più il re della sua famiglia. Sarà un uomo distrutto, in bancarotta, e legalmente perseguibile per frode aziendale, dato che ha utilizzato fondi personali dell'azienda per pagare i debiti di gioco di sua sorella Nadia.» Ngọc strinse il bicchiere d'acqua tra le mani.
L'immagine di Nadia che le sbatteva la sedia di plastica azzurra di fianco le balenò nella mente. Il peso di questa famiglia non è destinato a chi non ha dato un contributo significativo , aveva detto. Domani avrebbero scoperto quanto fosse vero. Tuttavia, proprio mentre Ngọc stava per firmare l'ultima autorizzazione, il telefono personale di Alessandro, appoggiato sul tavolo, iniziò a vibrare freneticamente.
L'avvocato aggrottò la fronte, leggendo il numero. «È la portineria giù nella hall. Strano, ho dato ordine di non essere disturbato.» Rispose, portandosi il telefono all'orecchio. «Sì? ...Cosa? Come ha fatto a salire? Vi avevo detto...» Alessandro si zittì improvvisamente. Il suo sguardo scattò verso Ngọc, e per la prima volta da quando lo conosceva, Ngọc vide un'ombra di vera tensione nei suoi occhi grigi. «Chi è?» domandò lei, sentendo un brivido freddo correrle lungo la schiena.
Prima che Alessandro potesse rispondere, un colpo sordo e violento fece tremare la massiccia porta in mogano della suite. Non era un bussare educato. Era qualcuno che colpiva il legno con i pugni. «Ngọc! So che sei qui dentro! Apri questa maledetta porta!» La voce di Ettore era irriconoscibile, distorta dalla rabbia e dal panico, risuonava nel corridoio ovattato dell'hotel come il ruggito di un animale in trappola.
Alessandro fece per muoversi verso il telefono per chiamare la sicurezza, ma Ngọc alzò una mano, fermandolo. Lentamente, si avvicinò alla porta. «Lascialo sfogare,» sussurrò. Ma poi, la voce di Ettore dall'altra parte della porta cambiò tono. Non era più solo rabbia; era una minaccia fredda, disperata, che gelò il sangue di Ngọc. «Puoi prenderti la villa! Puoi togliermi le garanzie bancarie!» urlò Ettore dall'esterno, battendo un'ultima volta contro la porta. «Ma se pensi di avermi distrutto, ti sbagli. Ho trovato i documenti nel tuo studio prima di venire qui. Quelli di Ginevra, Ngọc. So del conto svizzero. E so cosa è successo nel 2018.» Ngọc si immobilizzò.
Il suo respiro si fermò in gola. Il bicchiere d'acqua le sfuggì quasi di mano. Il 2018. L'unico segreto che aveva giurato a se stessa di portare nella tomba. L'unico errore che poteva non solo distruggere la sua vendetta, ma mandare lei stessa in prigione. La porta era ancora chiusa, ma all'improvviso, Ngọc si sentì intrappolata. Il vero gioco, realizzò con orrore, non era ancora finito. Era appena iniziato.






