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Parte 4: Il Codice Dimenticato e la Trappola

Il display luminoso brillava nel buio del corridoio sotterraneo, proiettando una luce bluastra e spettrale sul mio viso madido di sudore freddo. Sei cifre. Il sistema richiedeva un codice PIN aggiuntivo che non compariva nella mail confidenziale che avevo intercettato. Quella comunicazione descriveva i flussi di denaro, i conti offshore e la tempistica esatta dell'operazione fraudolenta, ma dava per scontato che chiunque avesse in mano il livello di accesso amministrativo conoscesse anche la chiave numerica personale di sblocco, un codice che cambiava ogni trenta giorni e che Trenti teneva custodito gelosamente nella sua cassaforte privata o nella memoria della sua mente narcisista.

Schiacciai freneticamente la mente alla ricerca di un indizio, di un appiglio logico. Trenti era un uomo metodico, quasi maniacale nelle sue abitudini personali e professionali. Sapevo che usava date significative per le password di sistema, ma quali? La sua data di nascita? No, troppo banale, l'avrebbe scoperto chiunque. La data di fondazione dell'azienda? Anche quella era un'informazione pubblica, troppo rischiosa per un dirigente paranoico come lui.

Digitai una combinazione a caso solo per vedere la reazione del terminale. Un suono sgradevole e una scritta rossa lampeggiante mi risposero all'istante: "TENTATIVO FALLITO. RIMANGONO DUE POSSIBILITA PRIMA DEL BLOCCO DEFINITIVO DEL SISTEMA."

Il cuore iniziò a martellarmi contro le costole con una violenza tale da farmi quasi male. Se avessi sbagliato altre due volte, il terminale si sarebbe bloccato in modalità di massima sicurezza, facendo scattare immediatamente l'allarme silenzioso collegato direttamente alla centrale della polizia privata e, peggio ancora, al telefono cellulare personale di Trenti. Sarei rimasta intrappolata lì sotto come un topo in gabbia, senza alcuna via di fuga plausibile.

Chiusi gli occhi per un secondo, cercando di estranierarmi dal panico che minacciava di paralizzarmi le membra. Ripensai a tutte le riunioni fiume nella sala conferenze, ai pomeriggi passati a correggere i suoi report finanziari pieni di errori grossolani che lui firmava sfacciatamente come se fossero farina del suo sacco. Ricordai la sua tazza di caffè preferita, quella con la scritta "Number One", e la fissa ossessiva che aveva per il numerario del bilancio trimestrale. Ogni volta che parlava di cifre importanti, ripeteva sempre la stessa frase fatta: "I numeri non mentono mai, sono loro che raccontano la vera storia."

Ma quale storia stava raccontando quel terminale? Riaprii gli occhi e fissai i tasti numerici illuminati. E se il codice non fosse legato a una data anagrafica, bensì a un evento chiave della sua carriera criminale in quella stessa azienda? Ripensai alla data in cui Trenti era stato promosso a responsabile del personale, l'inizio della sua ascesa dorata e spregiudicata. Controllai rapidamente gli appunti mentali che mi ero portata dietro dai vecchi archivi cartacei consultati mesi prima.

Mancavano pochi secondi prima che decidessi di rischiare il tutto per tutto, quando un rumore improvviso raggelò il mio respiro: in fondo al corridoio buio del sotterraneo, l'eco metallico di passi pesanti e cadenzati si stava avvicinando rapidamente verso la porta blindata...