Parte 3: L'Infiltrazione Notturna
Il grattacielo della sede centrale si ergeva contro il cielo plumbeo come un monolito d'acciaio e vetro scuro, silenzioso e inaccessibile. Erano le due di notte di domenica, l'ora in cui la città intera sembrava sprofondata in un sonno catatonico, interrotto soltanto dal ticchettio regolare della pioggia sull'asfalto. Rimasi nascosta per diversi minuti sotto la pensilina della fermata dell'autobus di fronte all'ingresso principale, studiando i movimenti del servizio di vigilanza privata.
Le ronde delle guardie giurate erano metodiche, scandite da una precisione cronometrica: ogni trenta minuti esatti, una pattuglia compiva il giro di controllo del perimetro esterno prima di rientrare nella garitta di sicurezza.
Contai i secondi sul quadrante dell'orologio. Quando la guardia di turno imboccò l'angolo opposto dell'edificio, scomparendo dietro l'ala ovest, mi mossi con passo rapido ma silenzioso. Raggiunsi la porta d'ingresso laterale, quella riservata al personale amministrativo prima dell'orario di apertura. Trattenni il respiro, estrassi il badge dalla tasca interna dello zaino e lo accostai al lettore ottico a muro.
Per un attimo, un interminabile secondo in cui il mio cuore sembrò arrestare i suoi battiti, la spia del lettore rimase ostinatamente rossa. Pensai che il trucco fosse fallito, che nel giro di poche ore il dipartimento IT avesse finalmente corretto la svista e bloccato l'accesso. Poi, con un minuscolo e rassicurante ronzio meccanico, la luce passò a un verde brillante e la serratura magnetica scattò, aprendo la porta di qualche centimetro.
Varcai la soglia scivolando nell'atrio buio e deserto, chiudendomi la porta alle spalle con estrema delicatezza. L'odore di cera per pavimenti e aria condizionata mi accolse come un vecchio ospite sgradito. Camminavo in punta di piedi, evitando i sensori di movimento dei corridoi principali e sfruttando i passaggi secondari che conoscevo a memoria grazie ai tre anni passati a sgobbare in quel labirinto burocratico.
Il mio obiettivo era il terzo piano sotterraneo, dove si trovava il terminale centrale del dipartimento finanziario, un locale blindato accessibile a pochissimi eletti. Lì, inserendo le credenziali di root e sfruttando il codice amministrativo temporaneo contenuto nella mail che avevo salvato sul telefono, avrei potuto non solo bloccare il bonifico illecito, ma anche reindirizzare l'intera traccia dei fondi direttamente su un conto di controllo intestato al comitato di revisione indipendente dell'Unione Europea.
Presi le scale di servizio, l'unico percorso sicuro per evitare le telecamere a circuito chiuso dei piani superiori, che registravano costantemente ogni movimento. Ogni gradino scendendo nel ventre dell'edificio sembrava aumentare la pressione atmosferica intorno a me. I miei muscoli erano tesi come corde di violino, la mente lucida e tagliente come il bisturi di un chirurgo.
Raggiunsi la pesante porta blindata del livello sotterraneo. Il display digitale richiedeva non solo l'impronta o il codice numerico, ma la scansione fisica del badge magnetico nell'apposita fessura laterale. Indossai i guanti di lattice nero, presi un respiro profondo per placare il tremblement delle mani e infilai il badge nel lettore.
La macchina emise un bip acuto, mentre sullo schermo comparve una scritta inequivocabile che fece gelare il sangue nelle mie vene: "ACCESSO SUB-ADMIN RICONOSCIUTO. INSERIRE PIN DI SICUREZZA AGGIUNTIVO A SEI CIFRE..."






