## PARTE 2 – Il segreto che Daniel aveva nascosto per dodici anni
«Mamma, ti prego, non fare altre domande a Lucas finché non arrivo.»
La voce di Daniel tremava. Non era la voce sicura dell'uomo che conoscevo, quello che affrontava ogni problema con razionalità e cercava sempre di rassicurarmi. Sembrava di nuovo il ragazzo che, da bambino, veniva nel mio letto durante i temporali perché aveva paura dei tuoni.
«Daniel, che cosa sta succedendo? Chi è questo ragazzo? Perché ha una fotografia in cui ci sei tu?»
Dall'altra parte sentii un lungo sospiro.
«Arrivo domattina. Ti prometto che ti spiegherò tutto. Ma, mamma… ti prego, non mandarlo via.»
Guardai Lucas. Aveva abbassato gli occhi e stringeva tra le dita il bordo della tovaglia. Non sembrava un ragazzo che volesse creare problemi. Sembrava qualcuno che temeva di averne già causati troppi.
«Non lo manderò via», risposi. «Ma voglio sapere perché mio figlio è così spaventato.»
Daniel non rispose. Mi disse soltanto che mi avrebbe chiamata prima di partire e riattaccò.
Rimasi immobile con il telefono in mano.
Lucas era ancora seduto davanti al piatto ormai vuoto. Gli avevo preparato una tazza di cioccolata calda, ma non l'aveva quasi toccata.
«Lucas, tesoro, posso chiederti una cosa?»
Annuì senza alzare lo sguardo.
«Quella donna nella fotografia… chi è?»
Le sue labbra si strinsero. Per qualche secondo pensai che non avrebbe risposto.
«Si chiamava Elena», disse infine. «Era la mia mamma.»
Era.
Quella parola mi fece male.
«Mi dispiace tanto, caro.»
Lucas si passò una mano sugli occhi.
«È morta l'anno scorso.»
Sentii una stretta al petto. Un bambino di dodici anni non avrebbe dovuto pronunciare parole simili con tanta rassegnazione.
«E tuo papà?»
Esitò.
«Non l'ho mai conosciuto davvero.»
Guardai di nuovo la fotografia. Daniel era più giovane, forse aveva poco più di vent'anni. Elena gli stava accanto con una mano appoggiata sul suo braccio. Lucas, molto più piccolo, sorrideva davanti a loro.
«Tua madre mi aveva detto che tuo padre viveva lontano?» domandai con cautela.
Lucas scosse la testa.
«Mi diceva che un giorno mi avrebbe raccontato tutto. Quando stava male, però, mi ha dato quella foto e mi ha detto di cercare Daniel. Mi ha detto che lui sapeva chi ero.»
Si fermò, cercando di trattenere le lacrime.
«Mi ha detto che, se fossi rimasto solo, dovevo trovare la sua famiglia. Ma non sapevo dove abitasse. Ho cercato per mesi. Quando ho trovato il suo nome e la sua vecchia città, ho preso un autobus.»
«Da solo?»
Annuì.
Mi portai una mano alla bocca.
Aveva attraversato più di cinquecento chilometri, con pochi soldi e una fotografia sgualcita, per trovare un uomo che forse non lo avrebbe nemmeno riconosciuto.
Quella notte preparai il letto degli ospiti. Lucas rimase sulla soglia della stanza, senza entrare.
«Posso dormire qui davvero?»
«Certo.»
«Anche se non sono nessuno per lei?»
Mi avvicinai e gli sistemai delicatamente il colletto della giacca.
«Non devi essere qualcuno per meritare un letto caldo, Lucas.»
Lui mi guardò a lungo, come se stesse cercando di capire se poteva fidarsi di quelle parole.
Poi entrò.
Quasi all'alba, sentii un rumore provenire dalla cucina. Lo trovai seduto al tavolo, con la fotografia davanti e una tazza ormai fredda tra le mani.
«Non riesci a dormire?»
Scosse la testa.
Mi sedetti accanto a lui.
«Sai, quando Daniel era piccolo, veniva spesso in cucina di notte. Aveva paura che suo padre morisse e lo lasciasse solo. Gli dicevo sempre che, finché avesse avuto una casa in cui tornare, non sarebbe mai stato completamente solo.»
Lucas abbassò gli occhi.
«Io non ho mai avuto una casa che fosse davvero mia.»
Non seppi cosa rispondere.
Gli presi la mano e rimasi accanto a lui finché il cielo non cominciò a schiarirsi.
Alle nove sentii un'automobile fermarsi davanti al cancello.
Daniel era arrivato.
Entrò in casa con il viso pallido e gli occhi arrossati. Quando vide Lucas seduto al tavolo, si fermò come se avesse appena incontrato un fantasma.
Il ragazzo si alzò lentamente.
Per alcuni secondi si guardarono senza parlare.
Poi Lucas tirò fuori dalla tasca una piccola busta ingiallita.
«Mia madre mi ha detto di darti questa.»
Daniel riconobbe immediatamente la calligrafia.
Gli tremarono le mani mentre apriva la busta.
Lesse la prima riga e si coprì la bocca.
Poi cominciò a piangere.
Non avevo mai visto mio figlio piangere in quel modo.
«Daniel?» sussurrai.
Lui sollevò lo sguardo verso di me, stringendo la lettera al petto.
«Mamma… Lucas è mio figlio.»
Il mondo sembrò fermarsi.
Guardai quel ragazzo che per una settimana avevo accolto alla mia tavola, quello a cui avevo dato la vecchia giacca di Daniel, quello che ogni sera aveva mangiato nel posto lasciato vuoto per mio figlio.
Era mio nipote.
E io non lo avevo saputo per dodici anni.






