Il suono dell'allarme antincendio perforava i tamburi con un ritmo isterico, mentre le luci rosse d'emergenza illuminavano a intermittenza la stanza, proiettando ombre inquietanti sulle pareti.
Natalie cacciò un urlo, balzando in piedi e aggrappandosi al mio braccio con una stretta morsa di puro terrore.
«Sono qui!» gridò lei, la voce soffocata dal panico. «Volkov è qui! È venuto a uccidermi!»
«Stai zitta e rimani giù!» le ordinai spingendola sotto la pesante scrivania di mogano del procuratore.
Il mio cuore batteva all'impazzata, ma la mente rimase fredda, lucida. Mi abbassai a mia volta, afferrando una pesante lampada da tavolo di bronzo per usarla come arma d'emergenza. La cicatrice del mio cesareo pulsava di un dolore sordo, un richiamo costante al mio corpo ancora debilitato, ma spinsi via la sensazione. Non potevo permettermi di crollare.
Udimmo due colpi secchi, soffocati da silenziatori, risuonare lungo il corridoio al di fuori dell'ufficio. Poi, il rumore pesante di un corpo che cadeva a terra. I due agenti federali che custodivano la porta erano stati neutralizzati.
Natalie si coprì la bocca con entrambe le mani, piangendo in silenzio, mentre il tremore del suo corpo faceva vibrare la scrivania.
La maniglia della porta cominciò a girare lentamente.
Mi appostai al lato della porta, tenendo la lampada di bronzo sollevata sopra la testa con entrambe le mani, pronta a colpire con tutta la forza che avevo in corpo.
La porta si spalancò con una spinta secca. Una sagoma alta e scura, vestita con un giubbotto tattico e un visore notturno, varcò la soglia impugnando una pistola con silenziatore.
Non esitai. Con un urlo di pura rabbia, sferrai il colpo con la lampada di bronzo, colpendo l'uomo con forza al lato del casco tattico.
L'impatto fu violento. L'aggressore mormorò una bestemmia in russo, barcollando di lato e lasciando cadere la pistola sul pavimento. Ma era un professionista addestrato: si riprese quasi istantaneamente, voltandosi verso di me e sferrando un pugno a braccio teso che mi colpì in pieno volto.
Il colpo mi fece volare all'indietro, impattando dolorosamente contro la parete. Caddi a terra, la vista appannata da macchie nere e dal sapore metallico del sangue in bocca. Il dolore al ventre si riaccese come una lama rovente.
L'uomo si ricompose, chinandosi per raccogliere la sua arma dal pavimento. Poi si voltò verso la scrivania dove Natalie era rannicchiata, puntando la pistola contro di lei.
«No!» gridai con quanto fiato avevo in corpo.
Con un ultimo disperato sforzo, mi spinsi in avanti, afferrando la caviglia del killer e tirandola con tutte le mie forze.
L'uomo perse l'equilibrio proprio mentre premava il grilletto. Il colpo soffocato perforò il legno della scrivania, mancando Natalie di pochissimi centimetri. L'aggressore cadde rovinosamente a terra, impattando con la testa contro il bordo del pesante mobile e rimanendo stordito per qualche secondo.
In quel momento, la porta si spalancò di nuovo e una squadra di agenti di SWAT dell'FBI irruppe nella stanza con i torce tattiche accese, puntando i fucili d'assalto verso l'intruso.
«Fermi! FBI! Mani in alto! Non ti muovere!» urlarono gli agenti, sopraffacendo immediatamente l'aggressore stordito e ammanettandolo con violenza al suolo.
Le luci principali dell'edificio si riaccesero improvvisamente, svelando una scena di puro caos. Il Procuratore Miller entrò di corsa, spaventato e trafelato, con la pistola d'ordinanza spianata.
«Madeline! State bene?» gridò Miller correndo verso di me.
Mi aiutò a rimettermi a sedere contro la parete. Avevo il labbro spaccato e la maglia inzuppata di sangue all'altezza della ferita chirurgica, che si era parzialmente riaperta per lo sforzo.
Natalie strisciò fuori da sotto la scrivania, tremando come una foglia, e mi guardò con un'espressione che non dimenticherò mai: un misto di devozione, vergogna e uno sconfinato senso di debito.
«Mi hai... mi hai salvato la vita», balbettò Natalie, le lacrime che le lavavano il viso sporco di polvere. «Mi hai salvata... dopo tutto quello che ti ho fatto...»
«L'ho fatto per assicurarmi che tu possa salire su quel palcoscenico domattina e distruggere Viktor Volkov», dissi con voce debole ma ferrea, sputando un filo di sangue a terra.
Il procuratore Miller guardò l'aggressore ammanettato che veniva trascinato via dagli agenti SWAT, poi si voltò verso di me con profondo rispetto. «Signora Whitmore... quell'uomo è uno dei principali esecutori della rete di Volkov. Abbiamo abbastanza elementi per emettere un mandato di cattura federale immediato e inoppugnabile contro di lui.»
Sorrisi debolmente, sentendo la stanchezza opprimente sprofondarmi nelle ossa.
«Robert», dissi al mio avvocato che era appena entrato nella stanza sconvolto. «Chiama l'ospedale... voglio sapere come sta mia figlia Lily.»
Vance estrasse il telefono, digitò rapidamente il numero della Terapia Intensiva Neonatale e ascoltò per qualche secondo prima che un ampio sorriso gli si dipingesse sul volto.
«Madeline», disse Vance con la voce rotta dall'emozione. «I medici dicono che Lily ha appena iniziato a respirare autonomamente. Hanno rimosso il tubo per l'intubazione. Sta bene.»
Chiusi gli occhi mentre una lacrima di pura gioia mi solcava la guancia insanguinata. La mia bambina ce la stava facendo. E anch'io.
Ma la battaglia non era ancora finita. Graham, dalla sua cella, stava preparando un'ultima, disperata mossa per rivalersi su di me.
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