Il primo contatto avvenne in una sala riunioni austera del municipio, sotto le luci fredde dei neon. Lorenzo, con il suo completo sartoriale su misura e i capelli brizzolati perfettamente pettinati, sedeva a capo del tavolo delle trattative. Dalla parte opposta, in rappresentanza della commissione tecnica e dei progettisti vincitori del bando preliminare, entrarono tre giovani ingegneri. Il cuore di Lorenzo perse un battito senza un motivo apparente quando incrociò lo sguardo del giovane capo progetto, un ragazzo alto dallo sguardo fiero, con la pelle scura e lineamenti che richiamavano vagamente un passato che cercava di dimenticare. Si trattava di Leonardo, il primogenito, che aveva ereditato non solo la caparbietà della madre ma anche una straordinaria intelligenza analitica. La riunione fu tesa, professionale e priva di convenevoli personali. Leonardo espose il progetto con una precisione chirurgica e una calma disarmante, smontando pezzo per pezzo le obiezioni tecniche di Lorenzo. Per la prima volta nella sua vita professionale, Lorenzo si sentì intimidito non dal potere o dai soldi del suo interlocutore, ma dalla sua inequivocabile competenza e da quell'aura di integgrità morale che emanava. Durante una pausa dei lavori, mentre Lorenzo si trovava vicino alla finestra del corridoio a bere un bicchiere d'acqua, Leonardo gli si avvicinò per consegnargli dei documenti integrativi. «Ottima presentazione, ragazzo», disse Lorenzo cercando di mascherare il disagio che provava. «Come vi è venuta l'idea di strutturare i fondi in quel modo?» Leonardo lo guardò dritto negli occhi, con un sorriso sottile ma carico di significato: «Si impara a sopravvivere e a costruire valore quando non ti viene regalato nulla nella vita, ingegnere. Chi non ha paracaduti impara a volare da solo.» Quelle parole colpirono Lorenzo come un pugno allo stomaco, lasciandolo senza fiato nel corridoio vuoto.

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