Parte 2 : I passi sulle scale e il primo confronto
Il suono dei passi sul legno vecchio della scala sembrava scandire il conto alla rovescia del tempo che mi restava. Ogni scricchiolio risuonava nella mia mente come un colpo di martello. Non avevo scampo. La stanza di Nolan non offriva molti nascondigli: c'era l'armadio a muro, la scrivania e lo spazio esiguo sotto il letto da cui avevo appena estratto quella maledetta scatola di metallo.
Se avessi provato a rimetterla a posto, le impronte o la polvere mossa avrebbero tradito il mio tentativo. Strinsi la scatola tra le mani con tanta forza che i bordi taglienti mi ferirono quasi i palmi. Il mio respiro era corto, affannoso, e cercavo disperatamente di trattenerlo per non farmi sentire. «Mamma? Sei ancora di sopra?» La voce di Trevor era vicina, troppo vicina.
Non c'era quel tono affettuoso o rispettoso che un figlio usa normalmente con sua madre; c'era una freddezza tagliente, un'urgenza minacciosa che non gli avevo mai sentito in tutti gli anni della sua vita. Feci un passo indietro, indietreggiando fino a toccare con la schiena la finestra chiusa. Fu in quel momento che la porta della stanza si aprì con un tonfo secco.
Trevor apparve sulla soglia. I suoi occhi saettarono immediatamente nella stanza, passando dal letto disfatto a me. E quando il suo sguardo cadde sulla scatola di metallo che stringevo disperatamente contro il petto, il colore gli si sciolse dal viso. Per un istante, nessuno dei due fiatò. L'aria nella stanza si fece densa, irrespirabile. «Che cosa ci fai con quella, mamma?» chiese Trevor, abbassando la voce in un sussurro che faceva più paura di un urlo. «Trevor... che cosa sta succedendo qui?» cercai di dire, ma la mia voce tremava in modo incontrollabile.
Dalle scale, l'altra voce, quella dello sconosciuto, intervenne con una calma gelida: «Hai trovato quello che cercavamo, Trevor? Oppure dobbiamo perdere altro tempo?» Trevor non rispose all'uomo. Fece un passo dentro la stanza, bloccandomi ogni via di fuga verso la porta. I suoi occhi erano cambiati; non riconoscevo più il bambino che avevo cresciuto, l'uomo che avevo aiutato a laurearsi.
C'era qualcos'altro nei suoi tratti, una maschera di freddo egoismo e disperazione. «Non avresti dovuto aprirla, mamma» disse lui, facendo un altro passo avanti, con la mano tesa in avanti come per strapparmi via il segreto che custodivo. La paura mi paralizzava, ma l'istinto di protezione verso i miei nipoti mi diede una forza inaspettata. Guardai dritto negli occhi mio figlio e capii che la verità, qualunque essa fosse, era molto peggio di quanto potessi anche solo immaginare. E mentre Trevor allungava le dita per afferrare la scatola, un rumore improvviso proveniente dal piano inferiore ci interruppe tutti: il suono acuto e insistente del campanello della porta d'uscita.






