L'Ombra del Veleno
News Story

L'Ombra del Veleno

0 visualizzazioni

Parte 3: Il Respiro Soffocato

Il mio cuore martellava contro le costole con una violenza tale da mozzarmi il fiato. In una frazione di secondo, mi abbassai dietro la massiccia scrivania di quercia, stringendo contro il petto la cartella di pelle nera, pregando che il battito del mio cuore non fosse udibile all'esterno.

La porta si aprì cigolando. Brenda entrò. Potevo vedere solo le punte delle sue eleganti scarpe nere dal mio nascondiglio. Rimase immobile per quelli che mi parvero secoli. Avvertì l'atmosfera alterata della stanza? Vide il cassetto forzato?

"C'è nessuno?" chiamò, la voce fredda, venata di un sospetto tagliente.

Trattenni il respiro, chiudendo gli occhi. Le sue scarpe si mossero. Fece due passi verso il centro della stanza. Poi, il suo telefono squillò. Il suono acuto e improvviso mi fece quasi urlare. Brenda rispose stizzita. "Marco, ti ho detto di non chiamarmi a quest'ora... Sì, lo so. La vecchia sta diventando un problema. Non le fa mangiare nulla di quello che preparo. Dobbiamo accelerare i tempi. Porta le fiale stasera. Useremo l'iniezione."

Il mio sangue si raggelò. L'iniezione. Non stavano più cercando di avvelenarla lentamente. Volevano farla finita quella notte stessa. Brenda si voltò e uscì rapidamente dallo studio, sbattendo la porta per continuare la conversazione in privato.

Aspettai dieci minuti prima di osare muovermi. Rimisi a posto i documenti, accostai il cassetto rotto sperando che non se ne accorgesse fino all'indomani, e scivolai fuori, correndo verso la mia stanza. Dovevo chiamare la polizia, ma i documenti che avevo visto non bastavano a dimostrare un tentato omicidio, solo una macabra avidità. Se li avessi denunciati ora, Marco avrebbe distrutto le prove chimiche e Brenda avrebbe finto innocenza. Avevo bisogno di coglierli in flagrante. Avevo bisogno del veleno.

La sera calò sulla villa come un sudario. Ordinai alla servitù di andare a casa in anticipo, dando loro la serata libera. Preparai la cena per me e la bambina, chiudendoci nella mia ala della casa. Ma sapevo che non saremmo state al sicuro dietro una porta di legno. Alle dieci di sera, il campanello del cancello suonò. Era Marco. Lo vidi dalla finestra del piano di sopra: teneva in mano una piccola valigetta metallica.

Presi il mio registratore vocale, un vecchio modello a cassette che usavo per dettare le mie memorie, e lo nascosi nella tasca profonda del mio cardigan. Scesi le scale silenziosamente, muovendomi nell'ombra. Si erano riuniti nel salotto principale. Mi avvicinai alla porta socchiusa, attivando il registratore.

"È tutto qui," sussurrò la voce di Marco. Sentii il suono metallico di cerniere che si aprivano. "Questa dose causerà un arresto cardiaco fulminante. Sembrerà una tragica conseguenza della sua debolezza. Esattamente come con tuo marito."

Le mie ginocchia cedettero per un istante. Mio figlio. L'avevano ucciso loro. Non era stato un infarto improvviso. Le lacrime mi bruciarono gli occhi, ma la rabbia soppiantò il dolore. "Perfetto," rispose Brenda. "Vado a prenderla. La vecchia a quest'ora dorme profondamente. La porterò qui giù."

Stava venendo a prendere la bambina. Il panico mi assalì. Feci un passo indietro per correre su per le scale, ma il mio piede calpestò un'asse scricchiolante del parquet antico. Il rumore fu assordante nel silenzio della casa. Le voci nel salotto si interruppero istantaneamente. La porta del salotto si spalancò con violenza. La luce del corridoio illuminò il volto di Brenda, contorto in una maschera di furia omicida, e dietro di lei Marco, che teneva in mano una siringa dal liquido torbido. "Ficcanaso di una vecchia," sibilò Brenda, facendo un passo verso di me. "Hai appena firmato la tua condanna."