Parte 4: Il Segreto dell'Avvocato Moretti
Il sole stava iniziando a calare dietro i tetti del centro storico di Genova, proiettando ombre lunghe e taglienti sui vicoli stretti e lastricati di pietra antica. L'aria era frizzante, intrisa del profumo di salsedine e focaccia calda proveniente dalle botteghe tradizionali, ma il mio passo era rapido e deciso, senza alcuna distrazione. La mia meta era lo studio legale dell'avvocato Cesare Moretti, situato al secondo piano di un palazzo nobiliare ottocentesco in Via Garibaldi.
Moretti era stato per oltre trent'anni il braccio destro legale dei miei genitori, l'uomo che aveva architettato ogni singola manovra finanziaria ambigua, ogni contratto di locazione fittizio e ogni trasferimento di beni volto a spogliarmi progressivamente del mio patrimonio ereditario. Era sempre stato un uomo altezzoso, dai modi formali e melliflui, che mi aveva sempre trattata con condiscendenza, come una giovane erede ingenua e incapace di intendere e di volere in materia di affari.
Salii i gradini di marmo bianco del palazzo, attraversai il portone monumentale e entrai nell'androne silenzioso, salendo fino al secondo piano. Suurai il campanello dello studio. Dopo qualche istante, la porta fu aperta da una segretaria giovane e visibilmente tesa, che mi riconobbe immediatamente. — "Signora... signora Beatrice. Non avevamo un appuntamento..." – balbettò la ragazza, cercando di bloccare l'ingresso con il proprio corpo. — "Non importa se non c'è un appuntamento, signorina.
Dica all'avvocato Moretti che sono qui, e che è nel suo totale interesse farmi entrare immediatamente, a meno che non voglia che la Guardia di Finanza faccia irruzione qui dentro tra dieci minuti con un mandato di perquisizione esteso anche al suo studio." – dissi con una voce così ferma e tagliente che la ragazza impallidì visibilmente, indietreggiando e facendomi strada con un gesto tremante.
Avanzai lungo il corridoio rivestito di boiserie in legno scuro e aprii senza bussare la porta dell'ufficio principale. L'avvocato Moretti era seduto dietro la sua grande scrivania in radica di noce, intento a esaminare alcuni documenti con un paio di occhiali da lettura dorati calati sul naso. Quando mi vide entrare, il suo volto si contrasse in un'espressione mista di fastidio e sorpresa.
Si tolse gli occhiali lentamente, poggiandoli sul tavolo con un gesto teatrale. — "Beatrice cara, che sorpresa inattesa. Ma che modi sono questi? Non si entra nello studio di un professionista senza preavviso, e soprattutto con questo tono minaccioso. Immagino che la scomparsa di Lorenzo ti abbia scossa profondamente, ma la mia pazienza ha un limite..." – esordì con quel suo tono paternalistico e mellifluo che un tempo mi faceva sentire piccola e inadeguata.
Non gli permisi di finire. Aprii la cartella di cuoio, estrassi tre copie di un documento ufficiale e le sbattei pesantemente sulla scrivania, proprio davanti a lui, facendole scivolare fin sotto il suo mento. — "Risparmiami il teatro, Cesare" – lo interruppi con una freddezza glaciale, usando il suo nome di battesimo senza alcun titolo di rispetto. — "I giochi sono finiti.
Questo è l'avviso di garanzia e la richiesta di rinvio a giudizio per concorso in frode fiscale, falso ideologico e associazione finalizzata all'appropriazione indebita aggravata. E riguarda te, i miei genitori e tutti i prestanome che hai protetto in questi anni." Moretti rimase immobile per qualche secondo, fissando i documenti con gli occhi sgranati.
La sua maschera di sicurezza professionale iniziò a sgretolarsi rapidamente, lasciando emergere il panico puro di chi sa di aver superato il limite della legalità e di essere stato scoperto con le mani nella marmellata. — "Tu... tu non puoi fare una cosa del genere..." – mormorò lui, deglutendo a fatica e cercando di ricomporsi. — "Io ho agito sempre su mandato dei tuoi genitori, rispettando i mandati fiduciari originari firmati da... firmati da tuo padre..." — "Da mio padre, che non possedeva legalmente la facoltà di disporre dei beni che appartenevano per via diretta alla linea ereditaria di mia madre e di mio nonno paterno, beni che voi avete sistematicamente deviato verso conti esteri e società di comodo" – replicai implacabile, appoggiando le mani sulla scrivania e chinandomi in avanti, fissandolo dritto negli occhi. — "Ho in mano gli estratti conto degli ultimi dieci anni, le registrazioni delle vostre riunioni e persino le email in cui concordavate come estromettermi dalla gestione della tenuta.
Ho tre giorni di tempo prima che la procura depositi ufficialmente gli atti in tribunale." L'avvocato si passò una mano tremante sulla fronte imperlata di sudore freddo. Capì perfettamente che la mia non era una minaccia vuota o una sfuriata emotiva, ma un'azione legale meticolosa, supportata da prove inattaccabili e da una determinazione che non avrebbe trovato ostacoli né nella corruzione né nelle vecchie conoscenze altolocate. — "Beatrice... ascoltami" – disse con un filo di voce, abbassando lo sguardo e perdendo ogni traccia di arroganza. — "I tuoi genitori ti hanno manipolata per anni, lo so... ma denunciare me significherebbe distruggere la mia carriera, radiare il mio nome dall'ordine degli avvocati.
Ci deve essere un modo per... per trovare un accordo privato, una transazione..." Sorrisi, un sorriso gelido e senza gioia. — "Un accordo? Certo che c'è un accordo, Cesare" – dissi con voce bassa e penetrante. — "Tu firmi immediatamente una confessione scritta in cui dichiari di aver agito sotto pressione e istigazione diretta dei miei genitori, allegando tutte le prove delle loro transazioni illecite e dei conti esteri nascosti.
In cambio, durante il processo, chiederò al mio pool di legali di considerare la tua posizione come collaboratore esterno e non come mente principale dell'organizzazione. Hai ventiquattro ore di tempo per decidere se vuoi affondare insieme a loro o se vuoi salvarti la pelle." Non aspettai la sua risposta. Raccolsi la mia cartella, mi voltai con eleganza e uscii dallo studio, lasciando l'avvocato Moretti immerso nel terrore più nero, mentre la sua intera carriera professionale crollava come un castello di carte.






