Parte 7
L'atrio della redazione giornalistica era un brululare di attività frenetica: giornalisti che camminavano con pile di documenti sottobraccio, telefoni che squillavano incessantemente e l'odore inconfondibile di inchiostro e caffè che permeava l'intera stanza. Mi avvicinai al banco della reception, dove una giovane donna dai capelli corti e dallo sguardo vigile mi accolse con un tono professionale ma distaccato. «Buongiorno, desidera?
Se si tratta di un comunicato stampa o di una segnalazione ordinaria, deve compilare il modulo apposito all'esterno», disse senza nemmeno alzare completamente lo sguardo dallo schermo del suo computer. Trassi un profondo respiro, appoggiai le mani sul banco e la guardai dritta negli occhi con una calma che sorprese persino me stessa. «Non devo consegnare nessun modulo ordinario.
Devo parlare urgentemente con la giornalista Chiara Marini, e ho con me le prove di un sistema di frodi finanziarie e corruzione che coinvolge importanti figure della finanza e della magistratura cittadina.» Alla pronuncia di quelle parole e in particolare del nome della nota giornalista d'inchiesta, l'atteggiamento della receptionist cambiò radicalmente in una frazione di secondo.
La donna alzò di scatto lo sguardo, mi esaminò da capo a piedi notando la mia espressione risoluta e la cartellina che stringevo tra le mani, poi sollevò la cornetta del telefono interno. «Un attimo solo, signora...» mormorò, digitando un codice rapido. Dopo pochi secondi di attesa, una voce decisa e squillante rispose dall'altro capo dell'apparecchio.
La receptionist parlò sottovoce per qualche istante, menzionando la mia segnalazione e la menzione del commissario Neri che mi aveva fornito le credenziali giuste, e infine mi fece cenno di salire al terzo piano, indicandomi l'ascensore in fondo al corridoio. Corsi su per le scale anziché prendere l'ascensore, impaziente di concludere questa fase della mia battaglia personale prima che i tentacoli della congiura ordita da Ryan e dai suoi alleati potessero raggiungermi anche lì.
Quando arrivai al terzo piano, una donna dai capelli scuri e spettinati, con gli occhiali da vista calati sul naso e una tazza di caffè fumante in mano, mi aspettava già sulla soglia del suo ufficio aperto. «Tu devi essere Elena», disse Chiara Marini con un sorriso accogliente ma affilato come una lama. «Vieni dentro, chiudi la porta e dimmi tutto quello che sai.» Entrai nel suo ufficio luminoso, tappezzato di ritagli di giornale e fascicoli d'archivio, e senza esitare un solo istante estrassi dalla tasca la chiavetta USB protetta e la posai sulla sua scrivania, accanto a una pila di vecchi fascicoli d'inchiesta. «Questo è il materiale che inchioda Ryan Moretti e i suoi soci in un giro di riciclaggio e frodi internazionali», dissi con voce ferma, mentre le raccontavo nei minimi dettagli tutto ciò che era successo nelle ultime quarantott'ore, dalla fuga all'alba fino al tentativo di corruzione e all'ingiunzione pilotata dal giudice Aldrovandi in questura.
Chiara mi ascoltò con un'attenzione assoluta, prendendo appunti rapidi su un blocchetto di carta e inserendo immediatamente la chiavetta nel suo computer portatile per verificare l'autenticità dei file. I minuti scorrevano lentamente mentre sullo schermo scorrevano le registrazioni audio, i bilanci falsificati e i trasferimenti bancari illeciti che inchiodavano in modo inequivocabile i responsabili.
Quando la giornalista sollevò lo sguardo dallo schermo, i suoi occhi brillavano di quell'entusiasmo tipico dei veri cronisti d'assalto che fiutano lo scoop della vita. «Questo materiale è esplosivo, Elena», esclamò con un sussurro carico di eccitazione. «Se pubblichiamo questa inchiesta domani mattina all'alba, non solo distruggeremo la reputazione finanziaria e sociale di tuo marito, ma costringeremo la magistratura pulita a intervenire arrestando anche i giudici corrotti che lo coprono.» Un senso di vertigine misto a profondo sollievo mi pervase il corpo; la mia vendetta non era più un atto di rivalsa privata, ma era diventata un'operazione di giustizia pubblica che avrebbe liberato non solo me, ma anche tanti altri che avevano subito in silenzio le angherie di quel sistema corrotto.
Ma proprio mentre stavamo definendo gli ultimi dettagli per la pubblicazione dell'articolo di copertina, il telefono fisso sulla scrivania di Chiara iniziò a suonare in modo insistente, un trillo metallico che spezzò l'atmosfera di trionfo e ci riportò bruscamente alla dura realtà del pericolo che stavamo correndo.






